Falcone odiato in vita da chi ora lo onora

giovanni falcone

L’insegnamento di Falcone e il suo esempio. La professionalità di Falcone e la sua dirittura morale. Falcone «faro» della lotta alla mafia ed eroe indimenticato. Tutto giusto, tutto sacrosanto, tutto innegabile. Peccato che fra chi oggi pronuncia queste frasi, magari tentando di piangerlo, ci siano anche coloro che, prima della sua tragica morte, lo massacrarono. I 40mila studenti che ieri si sono collegati in video con Palermo da tutta Italia per ricordare il 23esimo anniversario della Strage di Capaci che costò la morte a Giovanni Falcone, alla moglie Francesca Morvillo e ai tre agenti di scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro, tutto questo non lo sanno. E invece devono saperlo. Devono sapere che il magistrato che col maxiprocesso inferse il primo colpo secco alla mafia, in vita fu spesso odiato e disprezzato. Dal 1988, infatti, anno in cui il Csm gli preferì Antonino Meli come giudice istruttore di Palermo, per Falcone non ci fu pace. A vantarsi di aver votato contro fu Elena Paciotti, che poi divenne presidente dell’Anm e parlamentare Ds. Come ricordò il politico comunista Gerardo Chiaromonte, il fallito attentato all’Addaura del 20 luglio 1989, fu trasformato dagli amici dell’allora sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, in un auto-attentato. Falcone, in sostanza, se lo sarebbe fatto da solo. E quando nel 1989 il pentito Giuseppe Pellegriti accusò il democristiano Salvo Lima di essere il mandante di alcuni omicidi e Falcone intuì la calunnia, Orlando lasciò intendere che quello era un modo per salvaguardare Lima e il suo capocorrente Giulio Andreotti. Le cose per Falcone peggiorarono quando accettò di andare a dirigere gli Affari penali al ministero della Giustizia, in quel momento guidato dal socialista Claudio Martelli (presidente del Consiglio era Andreotti). Un ruolo che Falcone sfruttò per far nascere la Procura nazionale antimafia e la Direzione investigativa antimafia. Ma ai suoi detrattori non importava: il magistrato, scegliendo il «nemico», si era macchiato di tradimento e non la poteva passare liscia. Il pidiessino Luciano Violante consigliò a Martelli di rinunciare a Falcone («Non insistere, il tuo cavallo non passa»), ed ospite di Samarcanda, Orlando puntò di nuovo il dito contro Falcone, accusandolo di tenere le carte su alcuni delitti eccellenti chiuse nei cassetti. L’avvocato Alfredo Galasso, parlamentare della Rete di Orlando, e Carmine Mancuso, stesso partito, si scagliarono più volte contro Falcone, che a loro dire non dava il giusto valore alle versioni dei pentiti e si affidava solo alle prove fattuali. Un inaspettato assalto venne dal quotidiano Repubblica. Il 9 gennaio 1992 Sandro Viola, in un articolo intitolato «Falcone, che peccato…», scrisse che non riusciva più a «guardare a Falcone con rispetto», lo accusò di essere affetto da «febbre di presenzialismo», giunse a dire che avrebbe fatto meglio ad «abbandonare la magistratura» e lo descrisse come preda di una «eruzione di vanità» come quelle che colgono i «guitti televisivi». Anche la scelta naturale che fosse Falcone a guidare la Superprocura antimafia, provocò critiche oggi dimenticate. Armando Spataro, attuale procuratore capo di Torino, affermò: «Ha fatto una ferraglia e ora vuole guidarla lui», e poi firmò una lettera per rimproverare Falcone di «apparire pubblicamente a fianco del ministro». Ilda Boccassini, infine, oggi procuratore aggiunto a Milano, ammonì così Gherardo Colombo: «Con che coraggio vai ai suoi funerali, tu che diffidavi di lui». Qualche giorno fa Emanuele Macaluso, storico dirigente del Pci, sul Foglio ha rivelato che Daniel Serwer, vicecapo missione dell’ambasciata americana, chiese a Falcone se non si sentisse «imbarazzato a servire un governo guidato da Andreotti, accusato di essere debole con la mafia», ma il magistrato rispose: «Ritengo che se Andreotti abbia avuto delle colpe, si sia trattato tutt’al più di peccati di omissione, non di commissione». Questo era Giovanni Falcone, un eroe favorevole alla separazione delle carriere fra giudici e pm, contrario all’obbligatorietà dell’azione penale e dubbioso sull’efficacia del 41bis. Lo odiavano anche per questo.

 

di Luca Rocca

 

Fonte Il tempo

Roma, 25 maggio 2015