«Ha ucciso la nostra Lucia e chiede scusa in 26 righe Niente sconti»

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La madre di Lucia Bellucci e la lettera dell’ex fidanzato killer: «non lo odio, lei lo amava. Ma niente sconti per lui, accetti la pena».

Un bicchiere d’acqua che scivola dalle mani, il rumore del vetro in frantumi e lei immobile, paralizzata dall’angoscia. Era una sera d’agosto di due anni fa, Pia aveva appena capito tutto senza sapere niente: «Mia figlia Elisa mi disse “mamma, Lucia non si trova” e io in quello stesso istante ho saputo che non serviva coltivare nessuna speranza, ho sentito che Lucia era morta». La trovarono tre giorni dopo, era stata uccisa con una coltellata al cuore «perché a strangolarla ho visto che soffriva troppo», spiegherà poi l’assassino, Vittorio Ciccolini, suo ex fidanzato, avvocato penalista veronese con la passione del tennis e delle bugie.

 

La lettera
Da allora sono passati molti giorni e poca vita, a casa di Lucia. Lui, 47 anni, è stato condannato a trent’anni in primo grado e il 15 giugno la giustizia riaprirà il suo fascicolo per l’appello. Forse stavolta Vittorio sarà in aula, o magari no, resterà come sempre in cella a studiare filosofia, come sta facendo da mesi, o a dare consigli legali agli altri detenuti. Alla peggio scriverà un’altra lettera come quella ricevuta tre giorni fa dai genitori di Lucia, Pia e Giuseppe Bellucci. Ventisei righe senza cuore, parole di ghiaccio che dovrebbero andare nella direzione di un pentimento non dichiarato.
Eccone un passaggio: «Possa in questo momento attestarvi il compimento, imperfetto ma avviato, dell’uscita da una condizione minorata, al cui interno e per la quale ho agito e dalla quale sono stato agito». «Condizione minorata», in pratica l’autogiustificazione. La prima riga dice: «Stimati Signori». Chiaro il finale: «Con profonda vergogna». Pia l’ha letta, poi ha chiamato sua figlia Elisa: «Non ci ho capito niente. Tu che dici?». E lei: «Dico che a pochi giorni dall’appello mi sembra la disperata ricerca di uno sconto di pena».

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I rimpianti della famiglia di Lucia
La madre di Lucia dice che dev’essere proprio così e apre la busta una volta di più. Parla al mittente come se fosse seduto lì, davanti a lei: «Sai cosa ti dico? Io non ti odio. E non ti odio per il rispetto che devo al ricordo di mia figlia, perché lei ti aveva tanto amato. Però mi fai pena. Ci puoi spedire anche tremila lettere ma non credere mai che per noi le tue parole valgano come pentimento profondo. Se fossi davvero pentito rinunceresti a difenderti e diresti “trent’anni mi hanno dato e trent’anni voglio farmi perché è giusto così”. Sei capace di fare questo? Fallo, e poi sapremo che sei davvero pentito». È tutto tranne che una donna dura, Pia. Ma il dolore ha bisogno delle sue rivincite, anche se la testa china di suo marito Giuseppe, medico condotto del paesino di Pergola, la sua espressione triste, fanno pensare più alla rassegnazione che alla voglia di tornare a vivere. «Per me – dice con un filo di voce – la cosa più dolorosa è il rimpianto di non aver capito che fosse in pericolo. Col passare del tempo ogni tanto arriva un po’ di sollievo, sempre parziale, momentaneo». Sua moglie dice che è possibile che un giorno lei vada a trovare Vittorio in carcere, Giuseppe scuote la testa, «io no». E se pronunci la parola perdono dice che «quello non tocca a noi umani, che lo cerchi altrove».

La vicenda
Dopo aver ucciso Lucia – era il 9 agosto 2013 – Vittorio abbandonò l’auto con il cadavere nel garage di sua madre, a Verona. I carabinieri lo trovarono tre giorni dopo al parco che faceva jogging. «Ho fatto una cazzata» disse. Lei avrebbe voluto una famiglia, una vita di coppia stabile, e quando capì che per lui non era lo stesso decise di lasciarlo. Un torto irreparabile, secondo l’avvocato tennista. Cominciò a tormentarla. Fino a trecento messaggini al giorno, 10 mila in tre mesi, si scattava «selfie» con la pistola alla tempia («mi ammazzo se non torni con me»), si presentava a sorpresa da lei mentre lavorava (Lucia era una manager e in quel periodo gestiva una spa in un albergo a Madonna di Campiglio). Un tormento infinito. E la sera di quel 9 agosto, chissà spinta da quale pressione e senso di colpa, lei accettò un appuntamento. Li videro cenare in un ristorante vicino a Madonna di Campiglio, lui ordinò la seconda bottiglia di vino quando la prima non era nemmeno a metà. Riportandola in albergo si fermò in un viottolo di campagna…
Pia stringe gli occhi come per mettere a fuoco qualcosa di molto lontano: «Ogni tanto me la immagino nel momento esatto in cui lui ha preso quella stradina… Spero che non abbia visto il coltello». Cercandola trovarono il suo telefonino sul ciglio di una strada. Ricorda Giuseppe: «Noi continuavamo a dirle “denuncialo”, “lascialo”, lei rispondeva sempre: in questo telefonino c’è tutto. Io non cancello niente. E così hanno trovato i messaggi di lui, le risposte di lei, le fotografie». Tutto.
Lucia è seppellita nel cimitero di Pergola. Niente lapide, solo un manto d’erba che Pia coltiva ogni giorno come fosse un piccolo giardino. Sua figlia diceva spesso: «Se muoio sappiate che io nella vita ho avuto tutto, quindi non siate tristi. Solo vi prego, seppellitemi con un pacchetto di sigarette e una bottiglia di vino». Se dopo la morte esistesse un dopo lei oggi potrebbe fumare la sua sigaretta e bere il suo bicchiere di rosso.

di Giusi Fasano

Fonte Corriere della Sera

Roma, 25 maggio 2015