I rifiuti umani di mafia capitale

mafiacapitaleLe vicende di Mafia Capitale confermano l’esistenza di un vergognoso sistema di corruzione criminale che sfrutta strumentalmente l’emergenza sociale nazionale e le tragedie umanitarie planetarie per dirottare nelle mani di burocrati, politici e mafiosi il denaro pubblico destinato agli aiuti umanitari

La seconda tranche di Mafia Capitale mostra come si sia creato, attraverso una serie di rapporti perversi tra politica, burocrazia e cooperazione, un sistema criminale in cui la corruzione è l’agente aggregante che facilita l’espansione dell’affarismo banditesco. Un atto di pirateria sociale che specula sullo sfruttamento della sofferenza umana di migliaia di migranti, venduti “tanto al chilo” con il cinismo tipico di chi si arricchisce traendo profitto sulle disgrazie altrui.

In questo paese ogni emergenza si è trasformata in una fonte di arricchimento delle mafie: il terremoto del Belice (1968) fu immediatamente “catturato” all’interno della spartizione clientelare mafiosa gestita dagli uomini della corrente andreottiana e i clan della Sicilia occidentale; la ricostruzione del terremoto in Irpina è stata un passaggio fondamentale nel processo di modernizzazione della camorra campana che grazie agli stanziamenti straordinari ha messo le mani sugli appalti pubblici assegnati senza controlli, penetrando così profondamente nel governo degli enti locali da produrre effetti distorsivi sulla Pubblica amministrazione ancora oggi visibili; e poi il terremoto dell’Aquila, con il collasso della protezione civile nazionale, e quello dell’Emilia che ha scoperchiato le relazioni pericolose tra mondo della cooperazione e ‘ndrangheta.

Emergenza, efficienza e rapidità d’esecuzione sono il combinato disposto che agevola l’infiltrazione criminale. Basta guardare l’Expo. La logica “del fate presto” è alla base di un dirottamento miliardario di fondi pubblici bruciati sull’altare della finta solidarietà umana, dietro cui si nascondono interessi famelici.

Sia chiaro, non mi indigna tutto questo, nel corso degli anni ho ispessito il vello, mi fa rabbia il mutismo dei romani che sono pronti ad occupare il Colosseo pur di liberarsi degli extracomunitari, ma che stanno zitti di fronte all’emersione di un bubbone marcio come Mafia Capitale.

Mi domando se questo silenzio, più che omertoso, non sia compiacente visto che a capo dell’organizzazione vi è un “romano de Roma” divenuto, a tutti gli effetti, un eroe negativo grazie al corto circuito mediale in cui si è mescolata la realtà criminale e il mito cinetelevisivo della Banda della Magliana. Perché indignarsi? In fondo, i “signori” in questione facevano i soldi sulle teste di quei “quattro pezzenti e delinquenti” che vengono in Italia a rubare, a violentare le nostre donne e a portare malattie. Almeno Salvini ha il coraggio di dire pubblicamente ciò che pensa.

Seguendo questa logica è del tutto normale che i migranti, a cui viene negata persino la natura umana, diventino “bestiame” da collocare in questa o in quella “stalla”. Il prezzo, per la sistemazione delle “mandrie”, è irrisorio: da cinquanta centesimi a due euro al giorno, anche perché i soldi si fanno sulla massa e non sui singoli. Mentre qualcuno interpella l’Unione Europea, per evitare che l’Italia sia presa d’assalto dai flussi migratori incontrollati, qualcun altro spera che tutto resti così com’è per poter continuare a lucrare sugli sbarchi. Le mafie sulla tratta degli esseri umani guadagnano due volte: da un lato stingendo accordi con gli scafisti, dall’altro con gli uomini dello Stato che devono risolvere il problema creato dagli scafisti. Si tratta di un vero e proprio controllo monopolistico del ciclo economico generato dall’espulsione di essere umani dai territori devastati dalle guerre.

Ha ragione Bauman quando li definisce “rifiuti umani”: il complesso fenomeno delle migrazioni internazionali è anche legato alla crisi di legittimazione dello Stato che, negli ultimi due decenni, ha progressivamente perso il carattere inclusivo e la natura di “Stato sociale”, in favore di un ritorno graduale alla priorità della sicurezza pubblica e della tutela dell’incolumità fisica dei propri cittadini, attraverso il controllo penale. L’asservimento e la repressione degli “immigrati”, ovvero dei “rifiuti umani” del Sud del mondo che si introducono nelle strette maglie delle frontiere del Nord, sono oggi gli elementi strumentali sui quali si prova a ricostruisce una forma di legittimazione statale. L’internamento dei migranti e soprattutto dei richiedenti asilo, la cui figura «è stata derubricata a un’orrenda miscela di ingenuità vergognosa e di irresponsabilità criminale», insieme alla creazione di “ghetti urbani”, dove trovano posto i cittadini eccedenti dei paesi ricchi – a cui si aggiungono i “rifiuti umani” che vengono “da fuori” – sono soltanto la parte più visibile del processo escludente ed esclusivo messo in campo dagli Stati nazionali, deprivati di autorevolezza dalla modernità liquida della globalizzazione.

Per tonare ai fatti di Mafia Capitale, non mi meraviglia che neofascisti ed esponenti della destra intollerante usino questo tema per aizzare la sobillazione popolare mentre si specula sui destini di questi poveri cristi. Lo smaltimento dei rifiuti qualcuno lo deve pur fare, e, di solito, tocca a più risoluti che hanno meno problemi a trattare materiali “inquinanti”. Ciò che mi disturba, continuando a non indignarmi né meravigliarmi, è la partecipazione allo “stoccaggio” dei migranti di esponenti della cosiddetta sinistra italiana. Ciò vuol dire non tanto ch’è cambiata la politica ma che siamo di fronte ad un vero e proprio mutamento antropologico in grado di scompaginare e annientare tutte le categorie del Novecento e tra queste l’assunto umanitarista del socialismo europeo: difendere gli ultimi.

Gli ultimi, ormai rifiuti umani, sono nient’altro che merce di scambio nel mercato neoliberista: alla domanda di collazione di uomini, donne e bambini scacciati dai paesi d’origine si risponde con l’offerta di un servizio di “internamento” nelle nazioni d’approdo. Un servizio che ha i suoi costi, compresi quelli della corruzione per integrare lo stipendio di qualche “esperto” del settore.

Il dato più inquietante è che siano stati attratti in questa dinamica cooperative di ispirazione sociale laiche e cattoliche. Dal che si può desumere quanta retorica buonista e fasulla vi sia dietro il racconto del terzo settore. Non mi pare proprio, leggendo gli atti, che ci sia una buona pratica di economia etica nel nostro paese. Ma non voglio fare di tutta l’erba un fascio, penso, per esempio, ad alcune (non tutte) cooperative che gestiscono i beni confiscati alle mafie e all’esperienza di Banca Etica.

Infine, si conferma una tendenza di lungo periodo: sono i burocrati, più dei politici, a condurre il gioco. Sono loro che strutturano reti di relazioni trasversali, la cosiddetta area grigia, in cui si mescolano azioni pubbliche legittime, strategie corruttive e affari criminali. Politici e mafiosi si agganciano alla Pubblica amministrazione affidandole il ruolo di play maker della squadra: sono i tecnici, di carriera o di nomina politica, negli uffici comunali, regionali e ministeriali che controllano il dirottamento del denaro pubblico, generando, anno dopo anno, un impressionante vuoto pneumatico nelle casse dello Stato.

Hai voglia di parlare di spending review e di austerity! Se un appalto da 40 milioni di euro ascende a 150 milioni, per distribuire prebende alla rete dei corruttori criminali, il debito pubblico non potrà mai essere sanato, nonostante la ripresa e la diminuzione del costo del denaro.

6 giugno 2015

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