Sajida Al Rishawi, la terrorista che intimidiva il ‪Califfo‬

rishawiA inizio febbraio la Giordania dava annuncio dell’impiccagione nel carcere di Swaqa (80 km a sud di Amman) di Sajida Al Rishawi, la terrorista irachena incarcerata per partecipazione all’attentato del 2005 ad Amman. La sua sentenza di morte è stata emessa in ritorsione alla barbara esecuzione del giovane pilota giordano Mouath Al Kasasbeh, arso vivo dai miliziani dello Stato Islamico.

 

Da Raqqa, capitale siriana del Califfato, infatti, era giunta ad Amman la richiesta di uno scambio di prigionieri: Al Kasasbeh per Al Rishawi. La libertà del giovane pilota, finito nelle mani dello Stato Islamico a fine dicembre dopo un’incursione aerea su Raqqa, in cambio della scarcerazione della nota terrorista detenuta in Giordania dal 2005.

Originaria di Ramadi, roccaforte della militanza sunnita della provincia irachena di Anbar, Sajida Al Rishawi era legata al ramo iracheno di Al Qaeda, in quanto moglie prima di Abu Anas al-Urdoni, un giordano membro di Al Qaeda ucciso a Fallujah dagli americani tra il 2003 e il 2004, e poi di Ali al-Shamari, uno dei kamikaze morto suicida nell’attentato al Radisson Hotel di Amman, che costò la vita a una sessantina di persone.

 

Allo stesso attentato aveva preso parte anche Sajida, ma il suo giubbotto esplosivo non funzionò. Una volta catturata, dopo un tentativo di fuga, dichiarò di aver reagito per vendetta: anche i suoi tre fratelli, legati al gruppo militante fondato da Abu Musab Al Zarqawi, erano stati uccisi da militari americani in Iraq.

 

Perché ISIS propose lo scambio di prigionieri ad Amman 

In tutta questa storia di vendette e assassinii, è interessante analizzare dove trae origine la richiesta dello scambio di prigionieri avanzata dallo Stato Islamico alla Giordania. Se inizialmente si era ipotizzato un qualche grado di parentela tra Al Rishawi e membri della leadership di IS che giustificassero la richiesta, si è fatta poi strada un’altra e più accreditata tesi secondo cui l’attentatrice irachena rappresentasse piuttosto una minaccia all’autorità del Califfato.

 

Sajida Al-Rishawi era infatti considerata, a torto o a ragione, un’icona del terrorismo di matrice islamica e avrebbe potuto attirare l’interesse delle tante donne, arabe e non, che si sono schierate a fianco del gruppo jihadista in Siria e Iraq. Inspiegabilmente (a occhi estranei alle dinamiche veicolate negli ambienti islamisti dallo Stato Islamico) un numero crescente di donne straniere, infatti, si è unito alla causa jihadista. Vengono definite foreign fighters ma sarebbe più corretto chiamarle muhajirat (dall’arabo “emigranti”) in quanto sono escluse dai combattimenti a tutti gli effetti.

 

Al-Rishawi era considerata un’icona del terrorismo

e avrebbe potuto oscurare l’autorità del Califfo…..

 

Secondo lo studio dell’Institute for Strategic Dialogue Becoming Mulan. Female Western Migrants to ISIS, una ricerca pubblicata nel febbraio 2015 che analizza la vita delle straniere che si sono unite al gruppo terroristico grazie ai social media, le donne rivestono un ruolo fondamentale all’interno del Califfato, ma esclusivamente per quanto attiene alle loro mansioni entro le mura domestiche.

 

Come conferma anche il Manifesto delle donne dello Stato Islamico (Women of the Islamic State), pubblicato in arabo dalle Brigate femminili Al Khansaa e tradotto in inglese dalla Quilliam Foundation nel gennaio 2015, attenendosi all’interpretazione del versetto coranico 33:33 (sulle mogli del Profeta), una delle principali qualità delle donne dello Stato Islamico sta nella loro dimensione casalinga. Prendersi cura della casa, del marito e dei figli sono i principali incarichi che vengono conferiti a ogni donna (sia essa araba o straniera) che si unisce allo Stato Islamico e ne sposa i dettami.

 

Al Rishawi, al confronto, appariva invece ben più autonoma nei movimenti e soprattutto era attiva sul lato operativo della jihad, che invece ISIS delega esclusivamente agli uomini. In questo senso, la sua figura attentava all’autorità stessa del Califfo. Alcuni analisti avevano addirittura ipotizzato che la ragione dietro alla richiesta di scambio potesse essere quella di volersi impossessare della terrorista perimpartirle la “giusta” punizione pubblica o per farla piegare ai voleri della Sharia, così come intesa dallo Stato Islamico e scongiurare il potenziale incoraggiamento femminile a imbracciare le armi, contravvenendo a quanto finora imposto in Siria e Iraq.

 

Se così fosse stato, anche questa mossa sarebbe stata guidata da una pura logica di propaganda, elemento su cui lo Stato Islamico ha dimostrato finora di riporre la massima attenzione.

 

I legami di Al Rishawi con i prodromi dello Stato Islamico

Jamaat al-Tawhid wa l-Jihad (Gruppo per il Monoteismo e la Jihad) era il nome della rete insurrezionale fondata in Iraq negli anni Novanta dal giordano Abu Musab Al Zarqawi, mentore e padre putativo dell’odierno “Califfo nero” Abu Bakr Al Baghdadi.

 

Quest’organizzazione, fondendosi con Al Qaeda nel 2004, era divenuta “Al Qaeda in Iraq” (AQI) o meglio “Al Qaeda in Mesopotamia” (dall’arabo: Tanzim Qaidat al-Jihad fi Bilad al-Rafidayn), e rappresentava il gruppo precursore di ISIS (Stato Islamico in Iraq e Siria), venuto poi alla ribalta nel conflitto siriano e oggi meglio noto come Stato Islamico o Daesh (dall’acronimo arabo, Dawla al-Islamiya fi al-Iraq wash-Sham).

6 giugno 2015

di Marta Pranzetti

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