Sodano: allarme per l’olio italiano Rischia di sparire per sempre

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«Scesa a sole 15o mila tonnellate nel 2014 la produzione di frantoio, servono interventi per combattere la supremazia di Spagna e Grecia».

Indispensabile, sano, ingrediente principe della dieta mediterranea: l’olio di oliva, da sempre eccellenza della gastronomia italiana, non manca mai sulle tavole degli italiani. Ma di quale olio in realtà si parla? E’ davvero un prodotto nazionale? E come viene realizzato? A rispondere a queste domande e soprattutto a lanciare un allarme sul «rischio di scomparsa del vero olio italiano», è Giampaolo Sodano, già direttore di Rai Due e presidente Mediaset oltre che politico con una lunga esperienza alle spalle. Ora è direttore dell’Aifo, l’associazione italiana dei frantoiani (i produttori di olio artigianale) italiani e sull’argomento ha appena scritto due libri: «L’olio artigianale e gli artigiani del cibo» (scritto con Mario Pacelli) e «Il manifesto dell’olio artigianale», che celebra i 20 anni dell’Aifo.

Le miscele e il gusto degli italiani
«Sulle nostre tavole arriva un olio che di italiano non ha proprio nulla e a dirla tutta, non possiamo nemmeno parlare di vero olio – spiega – E se non si interviene in fretta, la situazione non può che peggiorare. E invece la produzione dell’olio potrebbe essere davvero un vanto nazionale, oltre che portare alla creazione di molti posti di lavoro. Le grandi case produttrici in realtà non producono niente. Si limitano ad acquistare all’estero e a miscelare oli provenienti da altri Paesi, soprattutto Spagna e Grecia». Sulle bottiglie che acquistiamo al supermercato infatti, c’è spesso scritto «miscela di oli comunitari». «Ma il consumatore spesso non ci fa neanche caso – aggiunge Sodano – Dal Dopoguerra in poi le industrie hanno cambiato il gusto, il palato degli italiani, fino ad allora abituati all’olio di frantoio. Oggi quel sapore amaro e piccante, quello del vero olio, non viene più nemmeno riconosciuto dai consumatori e rischia addirittura di non piacere più».

«Maltempo e mosca olearia»
Il problema è che oggi la produzione olearia nazionale attraversa un momento di grave crisi. «Si tratta di un sistema già fragile, messo in ginocchio dal maltempo e dalla diffusione della mosca olearia – spiega ancora Sodano – Da una media di 4-500 mila tonnellate di olio di frantoio prodotto in Italia siamo passati nel 2014 a 150. E in Italia ogni anno se ne consumano 800 mila. E se non si fa nulla, è evidente il rischio di sparizione di questa grande e tradizionale risorsa dell’agricoltura italiana, a favore soprattutto della Spagna». Un po’ lo stesso discorso si può fare per la pasta, forse il piatto più tipico italiano: «Per trovare la vera pasta italiana oggi si deve andare magari dal piccolo produttore artigianale, ma a costi che non sono certo quelli del supermercato. Un chilo di veri spaghetti o maccheroni non può costare 50 centesimi, come nelle offerte della grande distribuzione. Il che favorisce anche gli sprechi: qualcosa che costa così poco si può anche buttare via senza rimpianti. E poi oggi chi conosce più il sapore, la consistenza e la qualità della vera pasta?».

Gli interventi possibili
Ma cosa si può fare per proteggere il nostro «oro verde»? «Innanzitutto serve una riflessione sul futuro dell’olio italiano quale comparto agroalimentare non più adeguato ai tempi perché superato nei processi e nella legislazione, nella formazione e nella comunicazione – aggiunge Sodano – Poi c’è da sostenere, a livello di governo, la produzione artigianale. Come? Destinando a uliveti le tante terre pubbliche attualmente abbandonate. Nel Lazio per esempio c’è una tenuta pubblica di 2000 ettari, al momento lasciate alle ortiche. Perché non affidarle a consorzi di frantoiani anche giovani e sostenerli nella produzione di olio di frantoio? Sempre nel Lazio sulle terre di proprietà di Stato e Comune attualmente non coltivate si potrebbero piantare 7 milioni di olivi e dare almeno un segnale importante di interesse al settore», E poi c’è l’aspetto occupazionale: «Perché non rafforzare il ruolo del Mastro Oleario quale figura in grado di trasferire cultura e storia, know how tecnico e tecnologico, valore aggiunto al prodotto “che fa”. Siamo di fronte ad una nuova figura professionale in grado di garantire il valore economico e l’alto livello di qualità di un cibo buono, sano e nutriente necessario alla salute del consumatore. Un alimento capace di offrirgli varietà di gusti e sapori grazie alla preziosa ed inestimabile biodiversità olivicola italiana». Ma attualmente cosa si sta facendo? «C’è la legge “Terrevive, col bando di vendita di queste terre ai giovani agricoltori, ma non basta, è solo un palliativo. E intanto l’olio italiano muore».

 

Fonte Corriere della Sera

Roma, 14 giugno 2015