“Anche l’Italia è nel mirino dell’Isis”

isisIn un’intervista a il Giornale il presidente del Copasir avverte dei pericoli del terrorismo e dei lupi solitari

Il Senatore Giacomo Stucchi è il presidente del COPASIR, il comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti. Da mesi si dichiara a favore di un intervento militare in Libia e avverte l’Italia del rischio dei “lupi solitari” ispirati dall’Isis

Sen. Stucchi, i terroristi dello Stato Islamico ogni giorno minacciano l’Occidente e l’Italia ovviamente rientra tra gli obiettivi di conquista dichiarati dal Califfato. In un e-book pubblicato di recente dall’Isis, i musulmani vengono invitati a unirsi in “gang, al fine ultimo della conquista di Roma”. Quanto è esposta l’Italia ai pericoli del terrorismo islamico?

L’Italia è esposta al pari delle altre comunità occidentali. Altri hanno già avuto problemi, anche se in realtà anche noi indirettamente al Bardo abbiamo subito le conseguenze del terrorismo. La verità è che siamo tutti nel mirino. Noi ovviamente siamo particolarmente attrattivi, ciò è dovuto alla presenza nel nostro paese di importanti punti di riferimento della religione cristiana. Ma questo non basta. L’obiettivo delle organizzazioni terroristiche è creare terrore appunto, dunque i target potrebbero essere religiosi, ma anche laici, come una metropolitana per esempio.

Ma noi perché ancora non abbiamo subito direttamente un attacco?

E’ così per adesso. Chi dice che non accadrà sicuramente nulla, illude i cittadini. Non è possibile avere un controllo così stringente del territorio da poter escludere qualunque rischio. Siamo nel mirino quanto gli altri. E’ una fortuna se ancora non è accaduto. Detto questo gli altri sono più esposti dall’interno, avendo sul territorio più cittadini di seconda generazione, ma cresciuti in famiglie provenienti da paesi esteri. Faccio spesso l’esempio della teoria della “Torre Eiffel”: in Francia gli immigrati arrivano credendo di essere in credito nei confronti dell’Europa, si aspettano di andare a vivere sugli Champs Elysees, ma poi finiscono nelle banlieue e lì si accorgono di vivere peggio di prima. Questo provoca frustrazione e porta a vedere con un occhio ostile il paese che li ospita. Poi c’è chi invece vive in Europa da sempre, o addirittura chi vi è nato, ma rifiuta di seguire il percorso dei genitori, rifiutando in buona sostanza di integrarsi.

Senatore quanto è reale la possibilità che sui barconi in partenza dalla Libia si possano nascondere dei terroristi?

Se parliamo di terroristi strutturati, è difficile che il barcone venga utilizzato come strumento per raggiungere l’Europa.

Il discorso è diverso se parliamo invece di terroristi con una preparazione limitata, sui cui le organizzazioni terroristiche hanno investito poco. Al momento quella dei barconi non è una vera e propria minaccia.

Lei più volte ha parlato del pericolo dei “lupi solitari”. Ci può spiegare meglio chi sono e come vengono monitorati?

Se noi pensiamo ad al-Qaeda abbiamo davanti una struttura grande, quindi più facile da penetrare. Se invece riflettiamo su Charlie Hebdo, ci accorgiamo di essere davanti a dei “lupi solitari”, quindi persone difficilmente rintracciabili: non usano cellulari, email e messaggi. Vivono apparentemente integrati, vanno al bare frequentano luoghi non riconducibili all’estremismo islamico. Spesso si attivano senza dare segnali che possano suonare come un avviso. Quello dei lupi solitari è un pericolo reale.

Qual è la soluzione all’instabilità che regna in Libia?

L’arma della diplomazia non è più sufficiente. Stiamo perdendo tempo cercando fare andare d’accordo Tripoli con Tobrouk, ma sappiamo benissimo che questo accordo non arriverà a breve. Dobbiamo imporre la pace, ovviamente il tutto sotto l’egida delle Nazioni Unite.

Sen. conosciamo il numero certo degli italiani andati in Siria e in Iraq a combattere nelle file dell’Isis?

Certamente. Il numero viene aggiornato settimanalmente. Per quanto riguarda i cittadini italiani, dunque persone con il passaporto italiano, il numero dei foreign fighters è molto al di sotto delle cento unità.

Dei quattro italiani rapiti proprio in Libia, non sappiamo ancora molto. Per adesso solo scambi di accuse tra Tripoli e Tobrouk. Qual è la direzione intrapresa dai servizi per ottenere il rilascio dei nostri connazionali?

Siamo al lavoro. Le informazioni sul posto sono state acquisite da professionisti che già altre volte hanno operato. Stiamo parlando di persone rischiano direttamente, ma che in circostanze simili hanno fatto un ottimo lavoro. Al momento non posso dirle di più. La Libia non è un paese tranquillo, ma sappiamo operare sul campo con maggiore facilità rispetto che in altre nazioni. Non siamo in Siria per intenderci.

Alba Libica aveva annunciato la liberazioni dei 4 italiani in un massimo di dieci giorni. Come dobbiamo leggere questi annunci?

Non dobbiamo prendere per buono ogni tweet lanciato da soggetti che dicono di conoscere i fatti. Parlano sapendo di avere un’eco internazionale ed è questo il loro obiettivo. Il mondo dei servizi seziona ogni informazione ricevuta, fa un controllo approfondito prima di dichiarare la credibilità di questi annunci. Tripoli ha bisogno di una sponda internazionale per potersi affermare e questa volta ci ha provato con l’Italia. E’ partendo da questa analisi che dobbiamo leggere questi avvisi.

Gentiloni nei giorni scorsi ha parlato di un sequestro a scopo di estorsione. Come dovrebbe comportarsi l’Italia davanti ad una richiesta di denaro per ottenere la liberazione dei prigionieri?

La vita umana viene prima di tutto e quindi l’obiettivo centrale è riportare a casa i nostri concittadini. Dobbiamo però distinguere i sequestri eseguiti da criminali “ordinari”, i quali molto spesso chiedono semplicemente denaro, da quelli perpetrati da vere e proprie organizzazioni terroristiche. Per quanto riguarda quest’ultimo caso, capita che le detenzioni siano più lunghe e alla fine portino ad una “contropartita”. Se si ritiene che questo scambio sia equo allora ci si può muovere. I sequestri non si risolvono quasi mai solo con il pagamento in denaro.

6 agosto 2015

IlGiornale

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