Casamonica, malesseri in Rete: «Per la strage di Ponticelli saltò il capo della Mobile»

Immagine

Qualcuno pagherà per quei funerali show, con diffusione planetaria, che hanno ridicolizzato un Paese agli occhi del mondo? Nessuna decisione è stata ancora presa, non tanto perché è troppo presto ma perché le dinamiche romane sono sempre molto lente. È questa l’impressione che circola tra gli addetti ai lavori che guardano con particolare interesse agli sviluppi nella Capitale. Con interesse ma anche con irritazione. Il disappunto è legato alle prime notizie filtrate circa la relazione del prefetto Gabrielli che ha ammesso le gravi incongruenze ma che al momento ha circoscritto l’ambito delle responsabilità soggettive ai gradi bassi, al primo anello della scala gerarchica.

La pressoché scontata censura del sottufficiale dei carabinieri della tenenza di Ciampino e dell’ispettore del commissariato di polizia Romanina viene considerata non equa. Comunque non sufficiente perché esclude il livello alto dei dirigenti, di fatto segnando un solco che non aiuterà a fluidificare in futuro il flusso informativo ma rischia di rallentarlo. Ufficialmente non c’è una presa di posizione dei sindacati interni, solitamente sempre pronti a segnalare (anche pretestuosamente) situazioni critiche: il segno di un imbarazzo che è generale perché la questione riguarda diversi spezzoni della polizia e non solo. La polemica, forte, corre soprattutto sul web, nei social network che registrano gli sfoghi di carabinieri e poliziotti, la «pancia». A intervenire sono sia quelli in servizio (spesso con nickname) sia e soprattutto quelli che sono andati in pensione. C’è un episodio che, in queste ore, viene ricordato ripetutamente e riguarda Napoli, a segnare la differenza tra il rito romano e quello del resto d’Italia. In un post su Facebook lo ricorda, ad un certo punto, Giuseppe Fiore, figura notissima negli uffici della questura di Napoli, impegnato soprattutto nelle fila della Squadra Mobile, di cui divenne poi responsabile, ai tempi delle grandi guerre di camorra. «Nel 1989 – scrive Fiore – a seguito di una strage che contò sei morti, la sera stessa la sezione omicidi della Squadra Mobile di Napoli con me quale funzionario responsabile pose in stato di fermo, con stube positivo, uno dei responsabili. Il giorno dopo piombò a Napoli il Capo della Polizia che sollevò dall’incarico il capo di quella Squadra Mobile per asserita mancata prevenzione investigativa. Io chiesi per solidarietà al mio capo il trasferimento che mi fu negato dopo un lungo colloquio col Capo della Polizia. Stessa cosa per altri due colleghi, la mia vice e il dirigente del commissariato di zona ove avvenne il fatto».

L’episodio ricordato è la strage del bar Sayonara, a Ponticelli, l’11 novembre 1989, nello scontro tra clan per il controllo degli affari illeciti sul territorio. In quell’occasione furono uccise sei persone, quattro delle quali risultate estranee alla camorra, e ferite altre tre, tra le quali una bambina. Il Capo della Polizia era Vincenzo Parisi; il funzionario rimosso tra le polemiche era Francesco Cirillo, apprezzato e amato dai suoi uomini, diventato a sua volta in epoca più recente Vice Capo della Polizia. L’episodio, diverso per le dinamiche ma grave come quello di Roma per gli effetti destabilizzanti sulla popolazione, viene citato per contrasto, per ricordare polemicamente come spesso la severità è applicata in modo diverso a seconda se si agisca in periferia o nella Capitale.

di Antonello Velardi

Fonte Il mattino

Roma, 24 agosto 2015