Camorra, un coccodrillo per minacciare: così i Casalesi impongono il racket

coccodrillo
La zona industriale di Marcianise come fonte di enorme ricchezza per le attività economiche impiantate, il noleggio e la gestione delle apparecchiature da intrattenimento (slot machine, bingo e videopoker) come monopolio e grande fonte di reddito e poi gli affari di sempre, dalla droga alle estorsioni, il racket sul caffè, l’usura, gli appalti e il gioco d’azzardo.
Così gli uomini del clan Russo erano riusciti ad accreditarsi come la principale espressione dei Casalesi. «Su Santa Maria stiamo già noi, diglielo» è il messaggio che il capo affida a un suo uomo di fiducia perché scoraggi sul nascere l’iniziativa in zona di un imprenditore nel settore dei videopoker a patto che non passi per la camorra.

Le indagini condotte dai pm della Dda dell’aggiunto Giuseppe Borrelli e della Dia del capocentro Giuseppe Linares hanno svelato come il clan aveva condizionato la concorrenza nel mercato dell’intrattenimento e avesse esteso il suo monopolio non solo nella provincia casertana ma anche tra quella di Napoli e Salerno.

In 460 pagine è racchiusa la storia più recente della camorra imprenditrice casalese (raccontata oggi sulle pagine del Mattino) dei suoi soci manager, dei prestanome e dei favoreggiatori. Una storia ricostruita anche attraverso intercettazioni telefoniche e ricordi di collaboratori di giustizia. Non senza scontrarsi con il muro dei silenzi dettati dalla paura.

E per il racket c’è una nota di colore nel grigiore delle collusioni, delle complicità acquisite per interesse o facendo ricorso al più classico dei metodi mafiosi, ovvero la violenza. Riguarda il soprannome di un affiliato ai casalesi. Lo chiamavano coccodrillo perché era solito convocare le vittime di estorsioni e spaventarle con un coccodrillo in carne ed ossa.

16 settembre 2015

fonte IlMessaggero

AP