Italia infangata per nulla

Quando un innocente viene prosciolto da un’accusa infamante ha un doppio sentimento. Quello di sentirsi personalmente sollevato e quello di sapere che anche terzi hanno creduto all’innocenza.

Ieri Paolo Scaroni e l’azienda che guidava, l’Eni, sono stati prosciolti dall’accusa di corruzione internazionale. Un filone di inchiesta va avanti e riguarda una sua controllata, la Saipem, e alcuni sui manager. Tutto normale dunque. Mica tanto.

Il nostro Paese ha la straordinaria capacità di farsi del male da solo. Nessuno si sogna di mettere in discussione il dovere dei pm di indagare a 360 gradi. Ma da noi un avviso di garanzia è diventato un avviso di morte civile. Le indagini su Scaroni ed Eni sono state corredate da intercettazioni ininfluenti date in pasto ai mercati internazionali: colloqui privati, con collaboratori e politici. Il governo ha pensato una norma talmente assurda da essere bocciata dai fondi di investimento internazionali e cioè quella di fare secchi i boss delle società al solo rinvio a giudizio. Abbiamo una legge, la 231 che rischia di paralizzare e commissariare la vita dei pochi colossi che ancora ci restano. Insomma la giustizia che ovviamente deve fare il suo corso, dalle nostre parti è diventata una clava che viene utilizzata per regolare i conti. Se è lecito pensare che un pm debba fare il suo lavoro di indagine, è illecito giudicare il comportamento di un manager per un semplice sospetto. Il discorso ovviamente vale per tutti, ma quando si parla di uomini pubblici, con incarichi delicati, il ragionamento vale due volte.

Che danni ha fatto all’Eni essere stata tenuta per due anni in balia di un’accusa così grave? Che danni ha fatto a Finmeccanica vedere il proprio amministratore delegato sbattuto in galera e poi assolto? Che danno sta facendo un’indagine, senza ancora una sentenza che sia una, sull’Ilva di Taranto? Che danni ha fatto a Marco Tronchetti Provera essere sballottato in una serie di inchieste su Telecom che lo hanno poi visto uscire indenne? La lista potrebbe essere più lunga.

Il punto non riguarda solo l’attività della magistratura inquirente, ma anche questo clima avvelenato, in cui un’accusa diventa immediatamente una condanna, e nel quale gli anticorpi del garantismo sono stati sconfitti da una belva invidiosa che si chiama giustizia di piazza.

3 ottobre 2015

IlGiornale

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