Lo strano caso del video del furgone di Bossetti

editoriale_furgonebossetti
Secondo il quotidiano Libero, il comandante del Ris dei Carabinieri Giampietro Lago «sta dicendo che una delle immagini più suggestive di questo processo è stata assemblata dai suoi uffici non per dimostrare una tesi, o per documentare una verità, ma per condizionare i media con elementi di cui già si conosceva la non autenticità».
Il caso è scoppiato a seguito di uno scambio di battute riprese dal giornalista Luca Telese durante un’udienza nel processo contro Massimo Bossetti. Un fatto che getta un’ombra sul caso dell’omicidio di Yara Gambirasio, la giovane di Brembate di Sopra uccisa in provincia di Bergamo nel novembre del 2010. Bossetti è l’uomo accusato dell’omicidio della ragazzina e per questo è attualmente sotto processo.
Il fatto. Da mesi, i media mostrano il video di un furgone bianco che si aggira intorno alla palestra di Brembate pochi minuti prima della scomparsa di Yara. Secondo gli inquirenti, che lo hanno consegnato alla stampa, quello sarebbe il furgone di Bossetti. Sinora il video (dove compare il logo del Ris dei Carabinieri) era stato presentato dai media come una prova della sua presenza là e, di conseguenza, della sua colpevolezza.
Ciò che non torna è però che quel girato non risulta nel fascicolo delle prove agli atti del processo e lo stesso comandante del Ris dei Carabinieri definisce il video «fatto per esigenze di comunicazione». Insomma, in realtà non è una prova e non sarebbe neanche un filmato integrale ma una somma di più spezzoni che non aggiungono certezze al caso.
Ognuno si farà l’opinione che crede, ma certamente il caso dell’omicidio di Yara Gambirasio non è stato gestito da tutte le parti in causa con la serietà e il rigore professionale che ci si aspetterebbe, soprattutto quando si tratta di una questione delicata come l’omicidio di una giovane vita.
A dirla tutta, i cattivi presagi della futura mala gestione della comunicazione relativa al caso, si possono far risalire all’annuncio dello stesso ministro dell’Interno, Angelino Alfano, che con un prematuro tweet, scrisse inopportunamente il 16 giugno 2014: «Individuato l’assassino di Yara Gambirasio» per poi correggere il tiro con un secondo tweet, dove il ministro sottolineava comunque la presunzione d’innocenza.
Nell’epoca della “comunicazione accelerata” di Twitter, Facebook e Youtube, dove si confondono spesso il serio col faceto e il sacro col profano, bisognerebbe forse ricordarsi che rispetto al passato l’importanza delle parole e dei fatti non è affatto cambiata, è cambiato solo il modo di presentarla.
Perciò, in generale, prima di dare in pasto al quarto potere documentazione che poi i social media fagocitano e risputano spesso distorcendo anche la realtà, sarebbe opportuno che gli addetti ai lavori non sentissero sempre l’urgenza e l’obbligo di dimostrare alla stampa l’importanza del proprio lavoro, che nessuno gli ha mai negato ma che in simili occasioni rischia di essere messa in cattiva luce. Semmai di rifarsi al solo giudizio che davvero conta, quello della legge.

di Luciano Tirinnanzi
Roma, 3 novembre 2015