Il caso Saguto e il brutto silenzio dell’antimafia che non mangia antimafia

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Come si può spiegare l’imbarazzante e prolungato silenzio dei grandi quotidiani nazionali sullo scandalo che scuote dalle fondamenta l’immagine della magistratura in Sicilia?

L’antimafia schiodata di Silvana Saguto e Gaetano Cappellano Seminara è in qualche modo figlia dell’antimafia chiodata di caselliana memoria: ma non nel senso di una quanto mai improbabile affinità tra i due gruppi; perché all’ex presidente della sezione Misure di prevenzione del tribunale di Palermo stava – ad esempio – fortemente antipatico un personaggio come Antonio Ingroia, definito senza mezzi termini “scarsissimo, un co…”. No, il collegamento sta nel metodo più che nelle persone, nella visione del mondo più che nei comportamenti, nella filosofia di vita più che nella cultura della deontologia. Perché, fermo restando che a ciascuno va riconosciuto il suo, dunque a ciascuno la sua antimafia, con o senza chiodi, come dare torto a Walter Virga, uno degli indagati di questa riedizione in versione reality del dramma di Ugo Betti “Corruzione al palazzo di giustizia”, come biasimare il giovane Virga quando dice che basta che tocchi un magistrato e gli altri ottomila sono pronti a difenderlo? Virga, avvocato che nel 2013, a 33 anni, si ritrovò a gestire patrimoni da un miliardo (di euro), forse perché figlio di un magistrato che nel 2013 era al Csm e avrebbe “protetto” la collega Saguto in difficoltà, sa qualcosa di questi meccanismi di protezione, gli stessi che per anni hanno indotto i grandi organi di informazione e gli opinion maker a difendere sempre e comunque i magistrati da qualsivoglia attacco, critica o semplice rimbrotto. Non tutti i magistrati, talvolta, solo quelli che “decidono” nel senso che piace ai grandi geni del diritto, ai tuttologi che tutto sanno e tutto possono, e che possono pure comodamente esaltare la sentenza di un giudice che condannò Giulio Andreotti senza in realtà condannarlo (grazie alla prescrizione), cercando poi di stroncare la carriera di quell’altro giudice, che ebbe il torto di assolvere Mario Mori. Dimenticando però che il giudice in questione era lo stesso e si chiama Mario Fontana.

Ecco dunque che, se questo è il modo di ragionare, si può spiegare l’imbarazzato, imbarazzante e prolungato silenzio dei grandi quotidiani nazionali su uno scandalo che scuote dalle fondamenta l’immagine della magistratura in una terra come la Sicilia, in cui giudici coraggiosi hanno speso anni e anni – e molti ci hanno perso la vita – per affermare la superiorità del diritto. Ma giudici o non giudici, erano e sono tutti uomini, perbacco: e come tali potevano e possono fare cose eccezionali, ma anche solenni castronerie. Un buzzurro tutt’altro che imbecille come Balduccio Di Maggio, il pentito del bacio tra Andreotti e Riina, si fece beffe dell’intero sistema giudiziario italiano. Un altro buzzurro decisamente meno attrezzato di Di Maggio, Vincenzo Scarantino, si fece beffe del sistema giudiziario senza volerlo, e pur avendo ritrattato le proprie accuse rivolte a innocenti non venne creduto e fino in Cassazione fu dato seguito alla sua versione accusatoria e non a quella “ritrattatoria”. Nessuno di quei magistrati, della giudicante e della requirente, nessuno di coloro che con ogni evidenza sbagliarono, ha mai pagato dazio.

Silvana Saguto è riuscita a fare ancora di meglio. Lei, che distribuiva incarichi di amministrazioni giudiziarie a persone di sua assoluta fiducia, quasi sempre le stesse; lei, che è accusata di avere avuto le mazzettine da cento euro a casa; lei, che non pagava i conti del supermercato sequestrato alla mafia, ma secondo i pm di Caltanissetta avrebbe ricevuto a domicilio un trolley contenente “documenti” (cioè soldi, nel linguaggio dei tangentisti); lei è riuscita a dare forza alle denunce e a inchieste giornalistiche certamente alimentate, sollecitate, spinte dalle denunce degli stessi “proposti”, i presunti mafiosi ai quali i beni venivano sequestrati e tenuti sotto chiave per anni e anni, con procedimenti lunghi lenti e macchinosi – la cui lunghezza, ipotizza oggi chi indaga, era finalizzata unicamente a sostenere il mercato delle amministrazioni giudiziarie, con prebende e compensi che andavano ad amministratori e coadiutori spesso scelti (lo ha maliziosamente detto la stessa Saguto a Repubblica) con il consenso o le indicazioni di Libera e Addiopizzo, associazioni protagoniste poi di un timido tentativo di replica che non ha spostato di molto la questione.

Perché Silvana Saguto, oggi reietta come il suo collega Tommaso Virga, che va in giro per il Palazzo di giustizia lamentandosi perché nessuno lo saluta, era una potenza. Faceva parte, la Saguto, di quell’antimafia perennemente in prima fila che poi si legittimava con le cene e i passaggi al prefetto Francesca Cannizzo, ma anche nominando o consentendo le nomine del genero di Maria Falcone, naturalmente estranea alla vicenda ma anche lei adesso in un comprensibile stato di disagio, che l’ha indotta a un insolito silenzio. Comunque finisca questa storia, è una storia terribile. Perché la delegittimazione e l’isolamento, in Sicilia, preludono spesso a “male cose”, al pericolo che la mafia, che in questa vicenda si sente incredibilmente dalla parte della ragione, torni a farsi sentire a modo suo.

di Riccardo Arena

 

Fonte IL FOGLIO

Roma, 4 novembre 2015