Lottare per chi merita di essere ricordato. Alessandro, il bambino “adulto”

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di Elena Ricci

Il sealessandro2nso della vita è un argomento sul quale si sono interrogati in molti: dai religiosi, ai filosofi, agli storici. E non sappiamo dire chi più degli altri ci abbia capito qualcosa. Una cosa è certa, la vita è meravigliosa e vale la pena viverla. E questo non è un insegnamento pervenuto da chissà quale dotto del passato. Questo è quello che viene spontaneo pensare quando si ascolta o si legge la storia di Alessandro Rebuzzi. E chi è Alessandro? Alessandro è un ragazzino che senza volerlo ha lasciato un segno in chiunque lo abbia conosciuto, incrociato. In chiunque ne abbia sentito parlare. Alessandro ha lasciato il segno nella sua Taranto, perché durante la sua breve vita, nonostante le mille difficoltà causategli dalla sua malattia, è sempre stato in prima linea nella lotta per i propri diritti. Per il diritto alla vita, per il diritto alla salute. Alessandro è nato con la corazza. Con la corazza di un guerriero, quel non molto lontano 6 maggio del 1996. Un raggio di sole quel giorno scaldò il cuore di due genitori, che si accingevano a stringere tra le braccia il loro primo e unico figlio. Alessandro nasce pronto, nasce pronto a combattere, infatti, causa ileo da meconio, il giorno seguente alla nascita, viene trasportato presso l’ospedaletto pediatrico di Bari, in cui è sottoposto ad un intervento chirurgico della durata di 11 ore. Quelli sono i preludi di un inferno che prende il nome di fibrosi cistica. Un inferno che ha visto Alessandro lottare per se stesso e per gli altri che come lui, erano e sono affetti dalla sua patologia. La sua, era la forma più complessa, la F508, una mutazione completa di fibrosi cistica che intacca tutto l’intestino, oltre ad aver compromesso altri organi tra cui i polmoni. Alessandro Rebuzzi non avrebbe potuto vivere a Taranto. I medici nel corso della sua malattia, consigliarono ai genitori di portarlo via dalla città, in quanto le polveri sottili dovute all’inquinamento, avrebbero peggiorato le sue condizioni, e compromesso ulteriormente i problemi a carico dell’apparato respiratorio. Alessandro mai e poi mai avrebbe lasciato la sua città. Suo padre Aurelio, ci racconta che difronte a quell’avvertimento dei medici, Alessandro rispose che lui era tarantino e l’Ilva no. Dunque, non doveva essere un tarantino ad andare via da Taranto. Alessandro quindi avrebbe fatto una sola richiesta. Una sola, che se soddisfatta, gli avrebbe permesso di restare nella sua amata Taranto. “Voglio solo respirare aria pulita”. manif
Riflettiamo sulla richiesta di questo bambino. Alessandro voleva respirare aria pulita, voleva restare nella sua Taranto, così bella e maledetta. E lo ha urlato a suo modo, da una ringhiera all’esterno del Tribunale, negli anni in cui Taranto iniziava a risvegliarsi dall’assopimento in cui l’industria era il solo futuro, senza rendersi conto che il vero futuro stava scomparendo, ed Alessandro ne ha rappresentato una parte. Una parte di quel futuro che si ribella e rivendica il senso per il quale esistiamo su questa terra: vivere. Perché tra vivere ed esistere c’è una grossa differenza. Ed Alessandro pur non vivendo più continua ad esistere. Esiste nei racconti di suo padre Aurelio, che ci ha onorati della sua storia. Esiste nelle lotte per l’ambientalizzazione, perché Alessandro non voleva la disoccupazione, Alessandro voleva la bonifica degli impianti. Voleva che lavoro, salute e ambiente potessero tenersi per mano. Voleva vivere Alessandro. E forse Taranto non ha fatto abbastanza per lui. Ma può ancora forse dare un senso alle battaglie di Alessandro. Un bambino che bambino poi non era. Alessandro era un “bambino adulto”, il “guerriero buono”, che nonostante la sua sofferenza aveva un sorriso e una parola di conforto per tutti. Alessandro dava lezioni di vita a chi soffriva, della sua malattia aveva fatto una corazza. Anche a scuola non voleva essere trattato da bambino ammalato, voleva sentirsi come i suoi compagni di scuola.
10001295_715399621813544_1333075424_nLa vita di Alessandro non è stata facile. In cura a Verona, presso il secondo centro europeo specializzato in fibrosi cistica, attendeva il trapianto polmonare a Padova dopo aver ricevuto l’idoneità. Quel trapianto gli avrebbe permesso di vivere e di tornare a respirare. Ma quel trapianto non è mai arrivato. Alessandro fu dimesso da Verona il 27 luglio del 2012, tornò a Taranto e con la sua mascherina e con la sua grande voglia di vivere e di giustizia, andò a manifestare pacificamente per una Taranto che potesse permettergli di respirare. Il 9 agosto le sue condizioni si aggravano, e viene trasportato a Cerignola, dove viene ricoverato, e dove si spegnerà per sempre il 2 settembre del 2012. Papà Aurelio ci racconta che Alessandro non ha mai pianto durante la sua malattia, era lui a dare coraggio ai famigliari e amici affranti. Ma una lacrima, solo una, è scesa nel momento in cui ha chiuso gli occhi per sempre. Alessandro voleva vivere e aveva dei sogni. Giocava a calcio, ma giocava in porta, non poteva giocare in attacco o difesa. Quello lo avrebbe fatto dopo il trapianto di polmoni. Ma la porta che Alessandro ha difeso, è la stessa porta della sua vita. E come tutti i bravi portieri del mondo, un goal lo ha subito anche lui nella partita decisiva. Aurelio ci racconta che Alessandro da bambino sognava di diventare poliziotto perché era contro ogni forma di crimine e di ingiustizia, poi in seguito alla malattia, un po’ come tutti i bambini, cambiò idea e decise di voler diventare medico per curare tutti coloro che soffrivano della sua stessa malattia. Tornando alla distinzione tra vivere ed esistere, Alessandro esiste anche per questo: perché è riuscito a trasformare la sua malattia in coraggio ed altruismo, aiutando chi come lui era in difficoltà. Ha trasformato la sua sofferenza in speranza per chi aveva intorno. Ha regalato sorrisi nei casi più disperati,ale nonostante la sua malattia. Alessandro non è stato seppellito al cimitero di Taranto. Suo padre ci racconta che non avrebbe mai potuto seppellire suo figlio sotto i camini dell’Ilva. Alessandro è seppellito a Talsano in una cappella di famiglia, e suo padre torna a trovarlo ogni giorno. Aurelio si definisce un papà orfano. Un papà che ha perso tutto. Tutta la sua ricchezza, ma che ora ha una missione importante. Perché non è vero che la vita non ha o non ha più un senso. Alessandro era bellissimo, e prima di morire scrisse una cosa importante sul suo diario: «Chi butta la sua vita non merita di essere ricordato». Alessandro, seppur per poco tempo, la sua vita l’ha vissuta fino in fondo. Ha lottato, e continua a lottare nelle azioni di suo padre Aurelio. Ecco, forse questo è il senso della vita: lottare per chi merita di essere ricordato.

Taranto, 17 novembre 2015

PugliaPress