Barba, scimitarra e mitra Ecco Azrael, l’anti-Califfo

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È il simbolo della resistenza sciita contro i tagliagole dell’Isis. L’eroe universale che promette di polverizzare il Califfo. Se ne va in giro con fucile d’assalto, ascia, scimitarra e pugnale. Guarda i suoi compagni negli occhi e gli dice «illa tahin», «non rimarrà che la farina». Dei terroristi.

Lo conoscono tutti come Abu Azrael, «l’Angelo della morte», ma il suo vero nome è Ayyub Faleh al Rubaie. Gli piace farsi fotografare, gira video di propaganda, a volte cruenti, come quelli dei suoi nemici, e va raccontando in giro di essere un ex docente universitario campione di taekwondo. Notizie per ora infondate. Secondo alcuni fabbricate a dovere per cucirsi addosso l’abito del rivoluzionario. Oggi è a capo della milizia sciita dell’Imam Ali (Kata’ib al Imam Ali), un battaglione nato nel 2014 come braccio armato del Movimento islamico iracheno (Harakat al-Iraq al-Islamiyah). Il gruppo risponde alla coalizione di «Mobilitazione popolare», guidata da Jamal Jaafar Mohammed, conosciuto anche come Abu Mahdi al Mohandis, ex comandante dell’organizzazione Badr (l’ala militare del partito Supremo consiglio islamico iracheno) e molto vicino al generale iraniano Qassem Suleimani, capo delle forze speciali Quds. Non è chiaro quali siano i legami che Abu Azrael intrattiene con i vertici del fronte sciita, ma la sua fama è oramai più che accertata. C’è una foto, girata in passato sul web, che ritrae proprio al Mohandis baciare la mano fasciata del «Rambo» iracheno. Un tentativo di presentare al mondo un semidio e di montarci su una sorta di racconto seriale, una tecnica già abusata dall’Isis, vincente quando lo scopo è la costruzione del mito.

La popolarità di Azrael può facilmente considerarsi una misura delle speranze che gli iracheni hanno riposto nella lotta contro lo Stato Islamico. In alcune aree dell’Iraq sembra ormai onnipresente. Il suo volto è su t-shirt che indossano giovani e adulti, sul suo conto sono stati prodotti video musicali e cartoni animati. Rilascia interviste televisive sempre con il sorriso stampato sul volto. A circondarlo è un autentico culto della personalità, deliberatamente coltivato: le sue foto sono sempre raggianti, si mostra com’è, calvo con una barba prodigiosa e virile, imbottito di armi. Ha più di una propria fan page su Facebook e tutte insieme contano centinaia di migliaia di like, gran parte dei quali sono iracheni e iraniani. È stato in quel momento che qualcuno gli ha attribuito il soprannome di «Angelo della morte» (dove «Azrael» significa, letteralmente, «colui che Dio aiuta»), anche se lui si descrive come una persona pacifica: sposato, quattro figli, «accompagno spesso i miei figli a scuola» disse una volta in un’intervista alla France Presse.

In realtà Abu Azrael e i suoi uomini sono stati più volte accusati di commettere atrocità nei confronti della popolazione sunnita. Lui stesso comparve in un video pubblicato a gennaio in cui si mostrava in sella ad una bicicletta in una città fantasma dell’Iraq, dopo una battaglia estenuante contro i terroristi dell’Isis. Vittorioso e soddisfatto, disse «abbiamo bruciato solo le case con la bandiera dell’Isis, perché siamo persone di buon cuore». Poco dopo, però, qualcuno diffuse online alcune foto che lo ritraevano mentre abusava dei cadaveri dei nemici morti sul campo. È forse questo singolare contrasto, tra i suoi continui sorrisi e la spregiudicatezza sul fronte a disegnarne una cornice di fascino. Il folklore aiuta, sia chiaro, ma non importa poi così tanto quale sia la verità su Abu Azrael. La sua storia è importante per capire da vicino il funzionamento della macchina della propaganda iraniana. In Iraq e Siria, oltre ai video dell’Isis, c’è anche quella.

Augusto Rubei

Fonte IL TEMPO

Roma, 27 novembre 2015