LE DENUNCE DEL SAP E QUEL BRUTTO CLIMA DI INTIMIDAZIONE AI DANNI DEGLI AGENTI

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Dopo la denuncia ai danni dell’agente che in diretta a Ballarò aveva segnalato le condizioni di insicurezza, precarietà e sciatteria in cui i poliziotti sono costretti a lavorare, il segretario del Sap (Sindacato Autonomo di Polizia) Gianni Tonelli ha deciso di rispondere a sua volta con una denuncia ai danni del capo della polizia Alessandro Pansa e del questore di Roma Nicolò D’angelo.

Un botta e risposta che probabilmente si risolverà nelle aule di tribunale, mentre nell’opinione pubblica resta la spiacevole sensazione che i poliziotti siano insoddisfatti, demotivati, impossibilitati a compiere al meglio il proprio lavoro, ma non possano dirlo pubblicamente. Se non la vogliamo chiamare intimidazione, allora possiamo chiamarla “costrizione”. Costretti al silenzio, a non poter dire la verità, anche personale, soggettiva e parziale, quindi la loro verità.

Gli operatori delle Forze dell’Ordine ogni giorno rischiano la vita e soprattutto garantiscono o cercano di garantire decoro e sicurezza a tutti i cittadini. Sono servitori dello Stato e svolgono una funziona fondamentale per la vita quotidiana e pubblica di ognuno. Non sono, però, robot, anche se qualcuno vorrebbe che lo fossero. Le loro sensazioni, impressioni e opinioni sono importanti.

Se un agente di polizia è insoddisfatto delle strutture, dei metodi, delle modalità con cui sono di fatto costretti a lavorare, non è certo un problema personale. E’ una questione pubblica, che va valutata e soprattutto potrebbe nascondere reali e concreti pericoli per la sicurezza di ognuno di noi. Un poliziotto che non si sente in grado di garantire la sicurezza o di non avere gli strumenti adeguati è un allarme sociale, un problema che riguarda tutti.

Proprio per questo la “strategia del silenzio”, che impone un secco “vietato parlare” a tutti i poliziotti appare fuori luogo. 
Aver trattato il sindacalista del Sap, F.R., come una sorta di “infame” che divulga “panni sporchi da non lavare in piazza”, al solo scopo di screditare la Polizia, ci è sembrato fin dall’inizio un grave atto intimidatorio. Al di là della libertà di parola, di opinione e del rifiuto di ogni tipo di censura, ci chiediamo per quale motivo un sindacalista di polizia non possa denunciare in diretta che gli strumenti a lui forniti per compiere il suo dovere non siano adeguati.

Che motivo avrebbe di raccontare il falso? Il desiderio di diventare famoso? Oppure un immotivato intento di sputare sul piatto in cui mangia?