Confessioni sul mio ventennio. Intervista a Berlusconi

Secondo lei perché, in tutta Europa, quando la sinistra va al governo capita spesso che sia costretta a fare politiche che la stessa sinistra fino a un secondo prima considerava di “destra”? “Perché è costretta a fare i conti con la realtà, e al tempo stesso non è vittima dell’aggressione conformistica del politicamente corretto, di solito sostenuta dai grandi mezzi di informazione, dal mondo della cultura, dai sindacati, dalla magistratura”. In tutto il mondo, compresa l’Italia, si sta rafforzando sempre di più la retorica del “non esiste alcuna differenza tra destra e sinistra”. Proviamo a rigirare la frittata. Secondo lei, oggi, esiste una differenza profonda tra un elettore che vota a destra e un elettore che vota a sinistra? “Si tratta, appunto, di retorica. Forse sono finite – e sarebbe una fortuna – le ideologie, ma non sono affatto finite le idee. Un elettore liberale pone al primo posto la libertà ed è convinto che essa significhi ‘meno stato’ in ogni ambito della vita dei cittadini a cominciare dall’economia. Pensa che questa sia la migliore soluzione per il suo benessere personale e per quello della collettività. Un elettore di sinistra pensa che tocchi allo stato garantire con il suo intervento il benessere e l’equità, anche togliendo a chi ha di più per amministrare direttamente più risorse, nonostante sia sempre più ovvio che lo stato queste risorse le amministra male… Per questo è disposto ad accettare anche una limitazione della propria libertà, a pagare tasse più alte, a considerare tutti i suoi diritti una elargizione dello stato di cui si sente al servizio e via dicendo. Mi sembra una distinzione fondamentale”.

La provochiamo. Ma se oggi Berlusconi fosse presidente del Consiglio, quali sarebbero le cinque cose che farebbe domani mattina in Consiglio dei ministri? “Prima sintetizzo: meno tasse, meno stato, meno Europa, più aiuto a chi ha bisogno, più sicurezza per tutti, più garanzie per ciascuno con una completa riforma della giustizia. Meno tasse: la riforma complessiva del fisco, introducendo la flat tax, sostitutiva di tutte le imposte sul reddito, uguale per tutti, famiglie e imprese, con un’esenzione per i primi 12.000 euro. Via le tasse sulla casa, via l’imposta di successione, via l’Irap alle imprese, via l’Imu agricola, via le autorizzazioni preventive. Andiamo avanti. La riforma della magistratura: la separazione delle carriere e una nuova disciplina delle intercettazioni, della custodia cautelare e della legittima difesa. Stanziamenti adeguati per il comparto sicurezza. E poi le norme necessarie per far ripartire le grandi opere. E ancora: l’abolizione di ogni sanzione nei confronti della Russia. Ma c’è molto altro, ci sono anche altre grandi questioni, che non vanno in Consiglio dei ministri, ma che sono decisive per il nostro futuro. Una politica estera del tutto diversa, e una vera riforma della Costituzione, che allarghi e non restringa, come fa quella di Renzi, la sovranità dei cittadini e l’efficienza dello stato”. Riprovochiamo. Secondo lei come sarebbe cambiata l’Italia se Berlusconi fosse stato presidente della Repubblica? “Ci sarebbe stato un Quirinale arbitro e garante, non un protagonista fazioso come è stato in un passato recente. Ma proprio per questo non ho mai aspirato al Quirinale. Sono consapevole dell’importanza dell’arbitro e ne ho grande rispetto, ma io sono un giocatore in campo, attaccante, non un arbitro”. Presidente, ma se qualcuno della sua famiglia un giorno decidesse di fare politica lei sarebbe orgoglioso o, ventidue anni dopo, crede che fare politica non valga la pena? “Sono un padre liberale, che ha sempre rispettato le scelte dei propri figli. Ma se qualcuno di loro mi annunciasse di voler fare politica diventerei di colpo autoritario. Non accetterei mai che qualcuno dei miei figli possa subire quello che ho subìto io. Il che non significa affatto che per quanto mi riguarda non ne sia valsa la pena”. Riavvolgiamo il nastro e torniamo all’inizio. Ventidue anni dopo il suo primo discorso alla nazione come è cambiato l’elettore italiano? C’è qualcosa in cui, secondo lei, anche l’italiano più distante da lei non può non dirsi in un certo senso berlusconiano? “Direi che gli elettori sono sempre più consapevoli e sempre più scettici. E questo è un bene e un male insieme. Un bene, perché rende più difficile per i politici prenderli in giro, un male perché allontana la gente dalla partecipazione democratica. Ma l’assenteismo elettorale mina alle radici la democrazia, e ottiene l’effetto opposto a quello voluto: rafforza i politici più lontani dalla gente. In cosa ogni italiano non può non dirsi berlusconiano? Mi auguro nell’amore per la libertà”. Che cosa le piacerebbe che fosse scritto del berlusconismo un domani nei libri di storia? “Francamente non mi sento pronto per i libri di storia. Me ne occuperò quando avrò vinto definitivamente la battaglia per la democrazia e per la libertà. E questo accadrà quando in Italia la rivoluzione liberale sarà davvero compiuta. Come vede, c’è tempo”. Domanda sul presente e in un certo senso anche sul futuro. La legge elettorale che oggi è in vigore, l’Italicum, a noi sembra quanto di più berlusconiano possa esistere: premio alla lista e dunque niente coalizioni rissose e possibilità di promuovere il bipolarismo e un giorno forse anche il bipartitismo. E’ d’accordo? E cosa invidia lei oggi del sistema politico americano? “In America esistono due Camere, nessuno si sogna di abolirle, i cittadini le eleggono entrambe, eppure il sistema funziona, i compiti dei due rami del Parlamento non si sovrappongono, e il numero totale dei parlamentari, in un paese che ha il quadruplo della nostra popolazione, è inferiore al nostro. Forse il sistema funziona perché gli Stati Uniti sono una repubblica presidenziale, la soluzione che invoco per l’Italia da molti anni. Quanto all’Italicum, va sempre visto nel quadro complessivo della riforma costituzionale. Non vedo cosa ci sarebbe di berlusconiano – le ripeto, non mi piace questa parola – nel consentire a una sola forza politica, che raccolga appena il 20 per cento del consenso degli aventi diritto al voto, di governare senza controlli e senza contrappesi”.

Qualche mese fa lei ha deciso di partecipare a un incontro del Ppe e ha avuto anche l’occasione di incontrare la signora Merkel. Secondo lei il centrodestra del futuro, anche quello italiano, farà bene a ispirarsi alle idee dei due grandi leader conservatori europei di oggi, ovvero Angela Merkel e David Cameron? “Angela Merkel e David Cameron sono certamente modelli ai quali un moderno centrodestra non può non guardare, questo è naturale. Ma le loro idee non coincidono del tutto né tra di loro né con le nostre. In particolare, con la Cdu abbiamo in comune i valori di fondo espressi nel Ppe, e quindi la centralità e la sacralità della persona, il riconoscimento della matrice giudaico-cristiana dell’idea di Europa, il valore della solidarietà non assistenziale. Con i Conservatori britannici l’idea di libertà economica, di riduzione del carico fiscale, di limiti al potere dello Stato, di solidarietà atlantica. Sono le idee del futuro. Valgono non solo per l’Italia, ma per l’occidente e probabilmente per il mondo intero”. Giornali. Come immagina i prossimi vent’anni dell’industria editoriale dei giornali italiani? Che prodotti saranno vincenti e quali andranno lentamente a morire? “Sono convinto che il futuro dei giornali sia proprio quello che il Foglio e pochissimi altri in Italia già anticipano. Il giornale come fonte di notizie è fatalmente anticipato dalla televisione e dal web. Il giornale come strumento di riflessione, di critica, di dibattito, di approfondimento, rimarrà insostituibile”. Oggi il Foglio compie vent’anni presidente. “Per me il Foglio rappresenta uno spazio di libertà, una coscienza critica preziosa, che non esita a fare scelte libere e non scontate. Che ci costringe ogni giorno a riflettere e a verificare le nostre opinioni. Un giornale saldo nel valori di libertà ma alieno da ogni conformismo, anche da quello della libertà”. Cin cin.

31 gennaio 2016

IlFoglio