La vista corta e il poco cervello dell’Europa sull’immigrazione

SENATO E STATUE

E dire che la settimana era cominciata molto bene per Renzi. In un discorso di fuoco al Senato ha difeso l’operato del governo, il salvataggio delle banche e la ministra Boschi (voto 9, però l’abbiamo vista molto pallida e niente affatto sorridente, sindrome Balotelli) fatto a pezzi le opposizioni, Forza Italia e 5Stelle sono uscite dall’aula con la coda tra le gambe dopo il risultato del voto sulle mozioni di sfiducia. Poi c’è stato l’intoppo delle statue capitoline: durante la visita ufficiale del presidente iraniano Rohani sono state velate non si sa da chi, né per ordine di chi. Renzi non sa, Franceschini non sa, Tronca prefetto reggente di Roma non sa. Non è bene questo, sono figure da polli. Se non sanno un premier, un ministro importante e un sindaco chi può sapere? Comunque non si comprende tanta indignazione: noi non siamo solo un popolo di artisti navigatori ecc. siamo anche fior di mercanti e per venti miliardi di euro, tanto vale l’interscambio commerciale con Teheran dei prossimi anni, noi facciamo di tutto: a scanso equivoci impacchettiamo anche le mamme.

NELLA RETE

Sente la vittoria a un passo, rimonta il morale degli amici e delle truppe, annuncia candidature a grappolo e beauty contest a gogò. Dice che Renzi è cotto, ha fatto il pieno e sente il fiato sul collo. Dice che ha dovuto prendere atto che quaranta milioni di italiani stanno in rete almeno quattro ore, ergo si è rassegnato all’idea di imparare internet: suo istruttore sarà il fidanzato della storica portavoce, Deborah Bergamini. Immarcescibile: voto 10.

Siccome tutti vanno bene tranne Salvini, i foglianti hanno lanciato una provocazione gioiosa: scegliete il nuovo leader del centro destra. Corre il nome di Nicola Porro (voto 9): quando appare in televisione si vede lontano un chilometro che non gli frega niente di niente, è bello, è snob, ha una bella moglie, bei figli, viene da una famiglia bella e simpatica, ma che cazzo gli può fregare della politica. E poi corre il nome di Serena Sileoni, deliziosa e vera liberale (è vice presidente dell’Istituto Bruno Leoni). Ma ci sarà una ragione se storicamente tre italiani su quattro sono stati democristiani o comunisti (e forse lo sono ancora, hanno solo una nuova maschera) e il pensiero e l’azione liberale sono finiti a funghi. Noi corrotti, mafiosi, carbonari, piduisti, familisti, campanilisti, massoni, complottisti, sempre con genio sì. Ma liberali. Liberisti poi.

Nel contesto brilla come una chicca l’iniziativa dello storico e meridionalista Piero Bevilacqua, che sul Manifesto lancia la “Lega italiana contro il Liberismo”: la proposta è accompagnata da una mappa di studiosi divisi per disciplina, una geografia “alla buona” di intellettuali suscettibili di essere compagni di strada nella lotta contro i farabutti che da trenta anni hanno l’egemonia del pensiero economico e lo hanno ridotto a dominio puro portando il mondo alla rovina. I nomi sono interessanti: da Tronti e Cacciari e Negri a Bellocchio e Fofi, da Esposito a Franco Cassano, da Loretta Napoleoni a Fabrizio Barca, da Ilvo Diamanti a Remo Bodei, da Giorgio Agamben a Walter Siti, da Andrea Camilleri a Gianni Vattimo, da Gustavo Zagrebelsky a Stefano Rodotà, da Lorenza Carlassare ad Alessandro Pace a Giacomo Marramao, da Massimo Recalcati ad Asor Rosa: tutti insieme dunque nella Lega contro il capitalismo, contro il riscaldamento globale, il cattivo cibo e giacché ci siamo contro la riforma della costituzione voluta da Renzi.

Ma contro queste panzer division, oh bella hawayana, ma ndo vai se la banana non ce l’hai?

CHE MERAVIGLIA

“Quel jour à Sciences Po à Paris!”: Lakdhar Brahimi riceve il dottorato honoris causa e firma il libro d’oro. Lo twitta il direttore dell’istituto, Enrico Letta. Congratulazioni.

DUE MASSIMI

Ti pare che D’Alema se ne stava buono e calmo, seduto sulla riva del fiume. Vede le difficoltà intorno a lui, fiuta il sangue e vuole affrettare i tempi. Quindi riceve, bisbiglia, smussa, unge, mette in contatto. Per le primarie di coalizione a Roma, sta sponsorizzando contro Roberto Giachetti (voto 8) la candidatura di Massimo Bray (voto 6 vix), sconosciuto ai più come ministro della cultura dell’effimero governo Letta. Pare abbia convinto quelli della Sinistra a farsi da parte.

Come già a Genova per Cofferati e cofferatiani il piacere non è vincere ma partecipare e contarsi: in altri termini fottere gli amici dell’usurpatorean. Che D’Alema fosse pieno di sé lo si sapeva. Non però che fosse anche un gran rompicoglioni.

31 gennaio 2016

IlFoglio