FAMILY DAY: UN PARTITO DELLA NAZIONE IN PIAZZA

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Due milioni secondo gli organizzatori. Non più di 300.000 a parere di chi ha calcolato la densità per metro quadro. Guerra di cifre per il Family Day, nessun dubbio però sul successo della manifestazione.
Il Circo Massimo e le strade immediatamente limitrofe, via del Circo Massimo e via dei Cerchi, erano invase dalla folla.
Non c’è bisogno delle cifre, reali o smentite che siano, per decretare che il Family Day è andato a segno. Una manifestazione discussa, controversa, a modo suo eterogenea.
I detrattori l’hanno definito un raduno di “ultraconservatori e bigotti” che vogliono solo impedire uguali diritti per tutti, nascondendosi dietro il paravento della famiglia tradizionale. Anche per questo la compagnia ferroviaria privata Italo è stata oggetto di una feroce contestazione per aver deciso di attuare delle promozioni a beneficio di chi si servisse dei treni Italo per recarsi al Family Day. In realtà, quella di Italo si è trattata di una normale promozione, di quelle che la compagnia spesso utilizza per gruppi di persone.

Lo scandalo creato per una questione così banale dimostra che intorno al Family Day non c’è stato un clima di indifferenza.
Ma chi sono i manifestanti del Family Dai, in realtà? Come era composta la piazza?
Una piazza di destra, politicamente. Così si è detto. Con militanti ed esponenti di rilievo di Forza Italia, Lega Nord, Fratelli d’Italia, persino Casapound. Ma anche alcuni cattolici del Pd.
C’erano le Comunità Islamiche, rappresentanti di altre religioni. Non c’è stato però lo sbandierato endorsement del rabbino capo della Comunità ebraica di Roma, Riccardo Di Segni, smentito dal diretto interessato.
Dunque non è stata una manifestazione solo di destra, neppure solo cattolica o cristiana.
Non è stata neppure una manifestazione ultra-conservatrice o omofoba. In piazza c’erano pure liberali, giovani e meno giovani favorevoli alle unioni civili anche tra persone dello stesso sesso ma contrari alla stepchild adoption, formula nell’ormai abusata lingua inglese per indicare la possibilità di adozione del figliastro da parte del partner del genitore biologico.
“E’ l’anticamera dell’utero in affitto” sostengono i principali critici del ddl Cirinnà, la proposta di legge che sta stazionando in questi giorni in parlamento. “Non è vero, l’utero in affitto resta una pratica vietata” rispondono i difensori della legge in predicato di essere approvata, franchi tiratori permettendo.
Già, il ddl Cirinnà. La vera e principale causa scatenante il Family Day 2016 al Circo Massimo di Roma. Una legge ampia, corposa, che contiene tante cose, forse troppe.
Come tutte le leggi di vasta portata, dalla devolution del 2006 alla recente riforma Boschi, vengono contestate anche da chi ne apprezza intenti o linee generali ma non singoli articoli o paragrafi. Nel 2006, la Devolution voluta in primis da Umberto Bossi e dalla Lega è stata bocciata al referendum costituzionale, coi voti contrari anche di chi era ben contento della riduzione del numero dei parlamentari e della fine del bicameralismo perfetto, concetti poi riproposti dall’attuale ministro per le Riforme Maria Elena Boschi.
Dieci anni dopo, il ddl Cirinnà porta in piazza dai 300.000 ai 2 milioni di persone (forbice enorme, ma in realtà la differenza non è così dirimente per misurare un successo che indubbiamente c’è stato). Una sorta di “Partito della Nazione”, che ha messo d’accordo cattolici e musulmani ed ebrei, centristi e fascisti, Forza Italia e Lega-Fdi, Ncd e centrodestra, liberali e conservatori.

Erano tutti in piazza per dire no al ddl Cirinnà, più che “Sì alla famiglia”.
Ironia della sorte, uno dei bersagli più contestati è stato proprio l’attuale premier Matteo Renzi, che un Partito della Nazione vorrebbe crearlo veramente.
C’era già, al Circo Massimo, il Partito della Nazione, trasversale e con tante anime. Una piazza decisamente eterogenea, molto di più rispetto alle aspettative. Chi considera gli omosessuali malati da curare, chi è favorevole ai matrimoni gay ma contro l’utero in affitto, chi condivide il ddl Cirinnà ma non vuole la stepchild adoption, chi invece pensa che la famiglia sia in pericolo e la vuole difendere.
Non è stato un “Etero pride” per contrastare il Gay Pride, come il nome “Family Day” che richiama alla cosiddetta famiglia tradizionale farebbe intendere, ma qualcosa di ben più variegato.
Una manifestazione con tante finalità. Chi ha partecipato forse ne condivideva solo alcune.
D’altra parte, pure il Ddl Cirinnà ha tante, forse troppe, finalità. Ed è riuscito a riempire il Circo Massimo.
Ma la stepchild adoption, in buona sostanza, è davvero l’anticamera dell’utero in affitto?
Chissà, nessuno ne ha voluto parlare.

Di Riccardo Ghezzi

Roma, 1 febbraio 2016