Referendum del 17 aprile. No Triv o Si Triv? Ecco un breve vademecum

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No Triv o Si Triv? Breve vademecum sul Referendum del prossimo 17 aprile
di Alessandro Amadeus Pecora

Come prevede la legge, i Comuni hanno affisso nei giorni scorsi i fatidici manifesti della “Convocazione dei comizi elettorali” in seguito alla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana del Decreto del Presidente della Repubblica 15 febbraio 2016, avente per oggetto: “Indizione del referendum popolare per l’abrogazione del comma 17, terzo periodo, dell’articolo 6 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, come sostituito dal comma 239 dell’articolo 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208, limitatamente alle seguenti parole: «per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”.
Ma quanti italiani sanno veramente per cosa siamo chiamati ad esprimerci il prossimo 17 aprile?
Immaginiamo non molti.
Proviamo dunque a chiarirci le idee.

CHI HA PROMOSSO IL REFERENDUM?
Dieci consigli regionali, appoggiati da numerosi movimenti e associazioni ambientaliste tra cui il coordinamento No Triv. Le Assemblee delle Regioni Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Liguria, Marche, Molise, Puglia, Sardegna e Veneto hanno depositato presso la Corte di Cassazione a Roma le deliberazioni che chiedono un referendum per l’abrogazione dell’art. 35 del Decreto «Sviluppo» e di parti dell’art 38 del Decreto «Sblocca Italia».
La Costituzione repubblicana, all’art. 75 , prevede che la consultazione referendaria possa essere richiesta da almeno cinque Regioni, obiettivo doppiato dai Parlamenti regionali.
Successivamente, nello scorso gennaio, la Giunta regionale abruzzese (di obbedienza renziana) ha deciso di sfilarsi dal gruppo delle Regioni che andranno avanti con l’opzione della consultazione popolare, nonostante il mandato “referendario” avuto dal Consiglio regionale quattro mesi fa.
Quindi in atto le regioni promotrici del referendum sono nove, che hanno proposto otto quesiti referendari.
A dicembre del 2015 il governo ha proposto delle modifiche alla legge di stabilità sugli stessi temi affrontati dai quesiti referendari, per questo la Cassazione ha riesaminato i quesiti e l’8 gennaio ne ha dichiarato ammissibile solo uno, perché gli altri sette sarebbero stati recepiti dalla legge di stabilità.
A fronte di questa decisione, sei regioni (Basilicata, Sardegna, Veneto, Liguria, Puglia e Campania) hanno deciso di presentare un conflitto di attribuzione alla Corte Costituzionale in merito a due referendum tra quelli dichiarati decaduti dalla Cassazione. Se la Corte Costituzionale dovesse accogliere i ricorsi delle regioni, i due quesiti referendari in precedenza non ammessi tornerebbero a essere validi e dovranno essere sottoposti agli elettori.