Tonelli prosegue lo sciopero. Ma è tempo di trovare una ricetta condivisa per ricominciare a lavorare

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Il Segretario del SAP, Sindacato Autonomo di Polizia, Gianni Tonelli ha iniziato il 21 gennaio scorso uno sciopero della fame volontario per “denunciare la debilitazione dell’apparato della pubblica sicurezza e contro una serie di azioni repressive che si sono concretizzate in vari procedimenti disciplinari”. Secondo lui, questa è una motivazione sufficiente per rischiare la pelle. Gliene diamo atto, così come agli altri propugnatori di questa estrema forma di protesta che lo hanno preceduto.

Anche il candidato in pectore del Partito Democratico per la guida del Campidoglio, Roberto Giachetti, è un esperto in materia di scioperi della fame. Egli stesso ha affermato: “L’esperienza della non violenza è parte integrante del mio percorso umano e per buona parte della mia vita politica l’ho adottata consapevolmente per sposare cause che ritenevo giuste e meritevoli di attenzione”. L’ultima occasione in cui Giachetti ha adottato questa forma di protesta risale a quattro mesi fa, quando si è battuto contro la paralisi in cui si è trovato il Parlamento nell’elezione di due membri della Consulta.

Invece, Nadezhda Savchenko, pilota e volontaria ucraina detenuta in Russia con l’accusa di omicidio di cittadini russi durante la guerra civile, ha accettato il 10 marzo di sospendere parte del suo sciopero – ha iniziato a ingerire liquidi – che dura da oltre una settimana, su appello dello stesso presidente ucraino, Petro Poroshenko, che si è mobilitato in prima persona per aiutarla.

Cause più o meno nobili, ma comunque meritevoli di una riflessione, spesso hanno preso in prestito forme di protesta individuali come gli scioperi della fame e della sete: ma, senza tirare in ballo scomodi paragoni storici, per cosa vale la pena oggi “scioperare” mettendo in serio pericolo la propria salute?

Tali scelte, che non esiteremo a definire estreme ed eccessive, coinvolgono apparentemente solo chi le mette in pratica, mentre in realtà implicano quasi sempre anche il coinvolgimento del mondo che queste persone rappresentano. Nel caso di Gianni Tonelli, ad esempio, lo sciopero interessa l’intero corpo di polizia così come il ministero dell’Interno dal quale la polizia dipende. Perché? Per il semplice fatto che l’eco e le motivazioni di un simile gesto si ripercuotono sulla dialettica politica quotidiana dei vari organi dello stato deputati alla nostra sicurezza.

Difficile giudicare una simile situazione, soppesando le ragioni della protesta con le critiche nei confronti di tale scelta. Certo è però che, a questo punto, sono chiamati a dover riflettere sul gesto di Tonelli anche i vertici delle istituzioni che intercettano e sono coinvolti più o meno de relato circa le richieste del segretario del SAP.

Così, se anche il ministro Angelino Alfano e il capo della Polizia Alessandro Pansa ritenessero assurda la forma di protesta scelta dal numero uno del sindacato autonomo, non varrebbe comunque la pena tendere la mano a chi è in una posizione di debolezza? Se il compromesso è il sale della politica per eccellenza, il dialogo non è forse il suo più necessario e indispensabile ingrediente? Insomma, è tempo di trovare una ricetta condivisa per ricominciare a cucinare qualcosa di buono per le nostre Forze dell’Ordine.

 

Roma, 11 marzo 2016

Luciano Tirinnanzi