“Show me a hero”, la serie tv che spiega come il populismo può uccidere

Inseguire gli istinti più volgari dell’elettorato non paga. L’esempio di Nick Wasicsko, eroe tragico mancato

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Nick Wasicsko aveva un piano: consigliere comunale a 26 anni, il più giovane sindaco d’America a 28, presto sarebbe planato all’assemblea statale di Albany e, da lì – perché no? – al Congresso o nell’ufficio del governatore. Ma la storia si mise di mezzo.
La città di Yonkers – 200.000 abitanti scarsi appena sopra il Bronx – era nota ai più per l’associazione con Jon Voight, che vi era nato, e con Linda Lovelace, che vi aveva trascorso gli anni dell’infanzia. Nel 1980, a questa distinzione se ne aggiunse un’altra assai meno lusinghiera: il governo federale, poi affiancato dalla National Association for the Advancement of Colored People, citò in giudizio l’amministrazione comunale per ottenere la desegregazione delle sue scuole. Iniziava così un processo che si sarebbe trascinato per 27 anni, facendo di Yonkers un simbolo della questione razziale negli Stati Uniti.

I ricorrenti non si limitarono a mettere sotto accusa il sistema educativo di Yonkers: la segregazione scolastica, argomentarono, era una diretta conseguenza della segregazione abitativa – mentre la città si estendeva per 21 miglia quadrate, un’area di appena un miglio quadrato ospitava il 97 per cento delle case popolari. Il giudice Sand sottoscrisse quest’orientamento: per quarant’anni le istituzioni locali avevano consapevolmente favorito le divisioni etniche e ora vi avrebbero posto rimedio, avviando la costruzione di duecento alloggi pubblici nei quartieri orientali della città, bianchi e relativamente benestanti. Mediare un accordo sarebbe stata la scelta più ovvia. Le autorità locali optarono, invece, per l’impugnazione.

In attesa della decisione di secondo grado, la questione dominò la campagna amministrativa del 1987. Wasicsko, che ancora viveva con la madre e cercava d’invecchiarsi esibendo un folto mustacchio da attore porno, pareva destinato a una rotonda sconfitta contro lo stagionato Angelo Martinelli, reduce da sei mandati. Lo sfidante aveva, tuttavia, un vantaggio agli occhi dell’elettorato: a differenza del sindaco uscente, aveva votato a favore dell’appello. Wasicsko, in realtà, non aveva opinioni marcate sulla faccenda, ma credeva che la città avesse diritto a una “seconda opinione”. Distinzione sottile per una popolazione sovraeccitata: se Martinelli era percepito come il fautore della resa, Wasicsko appariva come l’ultimo baluardo dello status quo. Lui non si sottrasse all’equivoco e questo bastò a consegnargli la vittoria.

Non ebbe neppure il tempo di prendere possesso del nuovo ufficio: l’appello fu respinto e, mentre Yonkers contemplava la strada irta verso la Corte Suprema, il giudice Sand garantì il proprio verdetto con una multa che, raddoppiando di giorno in giorno nell’inerzia delle autorità locali, avrebbe decretato la bancarotta della città in tre settimane. Wasicsko si adoperò immediatamente per raggiungere una soluzione, ma la pressione popolare non accennava a scemare e, anzi, si fece più violenta. Questo è il tranello del populismo: se insegui l’elettorato carezzandone gl’istinti più volgari, è poi difficile ricondurlo sulla via della ragione – specie se i tuoi rivali continuano a cavalcare l’onda: c’è sempre un grillino più grillino che ti griglia.