Perché i magistrati non sono mai responsabili dei loro errori

La tortura giudiziaria a Cosentino e poi Cocchi, Incalza e Palenzona. Storie italiane sul particolare senso di impunità (e onnipotenza) dei giudici. Sì, è vero: nessuno ci può giudicare

magistrato

 

Vogliamo parlare di Nicola Cosentino, sporco e cattivo uomo della filiera berlusconiana, detenuto da ottocentocinquanta giorni senza un processo e senza una condanna? O preferiamo ricordare la storia di Paolo Cocchi, uomo di cultura e di tenace fede democratica, condannato a un calvario giudiziario di quasi sei anni e ora finalmente assolto per palese e smaccata  “insussistenza dei fatti”?

Vogliamo ripescare i predicati molesti che hanno accompagnato Ercole Incalza, potente superburocrate di strade e ferrovie, nelle quattordici inchieste aperte con grande spolvero a suo carico e puntualmente chiuse con altrettante e silenziosissime scuse? O è più utile richiamare le ebbrezze incorruttibili con le quali la gagliarda procura di Firenze ha relegato per alcuni giorni un innocentissimo Fabrizio Palenzona, vicepresidente di Unicredit, nel girone dei reprobi, per di più macchiati dall’infamia di una collusione mafiosa? Certo, sarebbe ingeneroso sostenere che questa è l’ordinaria amministrazione della giustizia in Italia: perché nei tribunali d’Italia ci sono tante buone inchieste e tanti bravi giudici.

Ma sarebbe quantomeno omertoso negare che, dietro l’avventatezza di alcuni provvedimenti, ci sia una visione approssimativa dei diritti degli altri o, peggio, un interesse privato. Ricordate Mani pulite? Mentre vorticava nelle piazze la furia delle forche e si lanciavano le monetine, nei palazzi di giustizia si costruivano nuovi equilibri politici e si consolidavano carriere destinate a condizionare per anni la vita di procure e tribunali.

Oggi, comunque, il pool di Mani pulite non c’è più, anche se resistono i combattenti e reduci: da Piercamillo Davigo, in corsa per la presidenza dell’Associazione nazionale magistrati, a Francesco Greco, in corsa per il vertice della procura che fu di Saverio Borrelli. Resta vivo e vegeto però quel  particolarissimo senso di impunità (e di onnipotenza) che negli anni di Mani pulite finì per contagiare frange sempre più estese di magistrati. I quali –  cavalcando l’onda delle emergenze: da un lato la corruzione, dall’altro lato la mafia – non solo riuscirono a cristallizzare la dilatazione dei poteri, a cominciare da quell’imbroglio giurisdizionale che è il concorso esterno, ma riuscirono pure a convogliare, sui propri uffici e sulle proprie decisioni, privilegi che alla resa dei conti li avrebbero messi al riparo da qualsiasi contestazione.

 

Nicola Cosentino