Berlusconi e il tradimento in casa

Anche Toti? Perché la storia del Cav. è costellata di amorose voltate di spalle

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Anche Toti? Chiunque si sia occupato della fenomenologia del tradimento ha in Berlusconi un caso di scuola. Fondato che ebbe un movimento politico il cui cardine era il rapporto personale con il capo, il leader, il Cav. si è trovato il tradimento in casa con impressionante regolarità. Ora sembra che Giovanni Toti, governatore della Liguria, voglia anche lui mettersi in proprio, convinto da sondaggi di popolarità che lo premiano come ultimo delfino. Avrebbe anche un discreto team di sostenitori, tutti indistintamente berlusconiani della buona ora, l’ora giusta, conveniente per ciascuno, l’ora in cui il capo fu raggiunto dai loro giuramenti di fedeltà. Siamo la patria del Gran Consiglio, dell’ordine del giorno Grandi, del monarca che il 25 luglio del 1943 si rigira, di Badoglio che fa la piroetta fino all’8 settembre eccetera. Ma Toti che si sottrae al suo mentore e creatore è veramente grossa, e sicuramente sarà smentita.

A parte la prima moglie, Dell’Utri e un pezzo notevole dell’inner circle aziendale, suo compagno collettivo d’avventura fin dal principio, la storia del Cav. è costellata di voltate di spalle. C’è l’oscuro ex che si porge ai suoi tosti persecutori e lo accusa vanamente di mafia e di qualunque altra cosa, c’è quel De Gregorio che si converte e piange accuse anche lui, c’è qualche ragazza che resta impigliata nella tela del comune senso del pudore, e vabbè, de minimis. Ma poi è la sequela politica: Casini, presidente della Camera in nome della coalizione con il Cav., viene mollato alla vigilia della campagna elettorale del 2008 perché si dice che voglia presentarsi come leader alternativo a pochi giorni dal voto. Vero? Falso? Le dicerie sono sempre dell’untore, dicono senza affermare niente di preciso e di dimostrabile. Sta di fatto che Casini è tradito perché tradisce. Fini fa il controcanto, eccita l’intrattabilità del capo del partito e del cartello elettorale che lo aveva portato, anche lui, alla presidenza della Camera; poi si fa beccare in un fuorionda con un togato abruzzese mentre parla di Berlusconi più o meno come i suoi, nel famoso caffè romano a due passi da Montecitorio, avevano parlato di lui, ascoltati e registrati da un cronista del Tempo: è fuori di balcone, è un imbroglione. Insomma, il tradimento perfetto, la nemesi, un gesto aspro e immaturo di ambizione sbagliata finito nella cacciata dalle balle e nella deludente, vogliamo dire deludente per essere molto ma molto eleganti, performance politica del reo. Verrà il giorno di Alfano e di altri quattro ministri del governo di E. Letta ancora in carica (loro, non E. Letta): ora dicono che ebbero ragione loro, che l’acqua gli va per l’orto,  sono sopravvissuti allo scontro con l’ex padrone e modello di riferimento, al patto del Nazareno che li aveva tagliati fuori, alla rottura del patto che li ha un po’ rimessi in gioco, in effetti sono un caso in cui il tradimento ministeriale è premiato.