Bruxelles, è tempo di raccogliere la sfida

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Ed ecco che dopo l’ennesimo attentato terroristico in Europa, tornano le litanie dei tuttologi e degli esperti di mestiere che teorizzano, incitano, s’indignano per quella che è ormai la nuova realtà. Quella in cui il Medio Oriente e l’Europa sono, sia pur in diversa misura, oggetto di una sfida sanguinaria che vede protagonista indiscusso l’Islam e le sue principali correnti religiose, e che non accenna ad arrestarsi. Anzi, prolifera indisturbato.
Se questa sfida ha dapprima mietuto solo vittime mediorientali, oggi la sfida è divenuta globale e ha trascinato dentro noi europei, scoperchiando il tappo sulle contraddizioni della nostra società che si pretendeva “multiculturale”.
Dopo aver visto decine e decine di copri dilaniati di donne, uomini e bambini europei per le strade di alcune delle più simboliche capitali del continente, solo adesso iniziamo a comprendere che quel sogno di un incontro fra società e civiltà così diverse tra loro non funziona più. Non così, non in quest’epoca.
Ed è a questo punto che puntuali arrivano i soloni a indicarci la via: “Andiamo in guerra!”, “No, l’Islam predica solo la pace”, “Rimandiamo a casa i migranti” e via dicendo. Prima di schierarci da una parte o dall’altra, e prima di sputare sentenze qualunquiste che lasciano il tempo che trovano, forse è tempo di fermarsi a riflettere sull’utilità del politicamente corretto che sin qui abbiamo adottato come contraddittorio, e su come sia possibile arginare questa deriva che ha messo in ginocchio l’intero establishment dell’Unione Europea.
Il sistema occidentale è ormai andato in crisi, trascinandosi dietro le ideologie, il benessere economico e ogni certezza che lo aveva reso grande. Oggi l’Europa è malata non di democrazia ma di demagogia. Se c’è un aspetto “positivo” dell’ondata di terrorismo che ci sta investendo, è che perlomeno ci costringe ad aprire finalmente gli occhi. Ma questo ovviamente non basta.
Agire oggi non significa creare forzatamente una struttura d’intelligence comunitaria (pura utopia) o chiudere le frontiere manu militari in maniera disordinata e senza alcun coordinamento.
Agire oggi significa predisporre un piano concreto con tanto di numeri alla mano, coperture finanziarie e scadenze calendarizzate, per riformare l’impianto generale di quest’Europa orfana di veri leader, che tuttavia pretende di comandare il nostro portafogli.
Una parte consistente dell’Islam – di cui non fanno certo parte quei terroristi straccioni che abbiamo visto in azione a Bruxelles – ha lanciato una sfida mortale all’Occidente, allo scopo di riempire il grande vuoto culturale che noi europei abbiamo lasciato morire con il tramonto del Novecento, e puntando a sostituirsi a noi.
A questa sfida non possiamo rispondere come si fa a Roma con le buche in strada, cioè tappandole in maniera raffazzonata in attesa che si riformino, per poi ricominciare sempre così. Non è il modo di risolvere i problemi che, difatti, si ripresenteranno ancora e ancora, in maniera peggiorativa (come gli ennesimi attentati terroristici dimostrano).
Ci dobbiamo rassegnare a questa nuova realtà? Abituarci allo stato di allerta perenne in stile israeliano? Anche no. Quello che la politica non può più esimersi dal fare è sfruttare l’unica finestra temporale possibile per tentare di ricostruire quella grande intuizione che è stata l’Europa unita, impegnandosi seriamente nel progetto politico, istituzionale e militare, prima che quest’occasione sfumi insieme con l’Unione Europea. Allora, potremo dire ai nostri figli che almeno ci abbiamo provato. E se riusciremo, saremo più forti e capaci di far fronte a chi vuole vedere le nostre città bruciare.
Servirà del tempo, ovviamente. Ma è sempre meglio che aspettare Godot e nel frattempo offrire il fianco a nuove minacce, per poi perdere tempo a commentare fatti di cronaca che di tutto hanno bisogno tranne che di essere commentati. Quale altro terribile choc servirà all’Europa prima che essa decida di agire davvero?

Roma, 25 marzo 2016

Luciano Tirinnanzi