“I 140 morti sulla Moby Prince provocati dai soccorritori”

STAMPAOPEZZO_2016040920465133-kyJI-U1070980608251ChB-1024x576@LaStampa.itQuel 10 aprile 1991 la morte arrivò con i soccorritori. L’incredibile miracolo della salvezza si stava avverando proprio in quel momento sotto gli occhi dei 140 della Moby Prince. Il mayday del traghetto si era perso nel vuoto per ore, ma a peggiorare la situazione c’è stato l’errore fatale. Il rimorchiatore che doveva salvare tutti ha sfondato gli oblò della sala deluxe e così l’unico spazio dove i passeggeri avevano trovato riparo è diventato una grande bara. C’erano robuste porte tagliafuoco, in quel salone, e chi aveva avuto il tempo di ripararsi poteva ancora respirare bene. Erano già passate molte ore dallo schianto tra la nave diretta a Olbia e la petroliera Agip Abruzzo. Con i vetri sfondati il fumo ha intossicato e ucciso tutti.

 

La testimonianza di Florio Pacini, che nel 1991 era un funzionario della compagnia Navarma, consegna ora un’altra clamorosa novità alla Commissione parlamentare d’inchiesta che da 4 mesi cerca la verità sulla più grande tragedia del mare. Sono passati 25 anni e l’inchiesta della procura non è bastata a fare chiarezza. La nebbia, quella che qualcuno dice di aver visto quella notte in mezzo al mare, ancora non si è diradata.

 

Il processo di primo grado e una sentenza di archiviazione del caso consegnano alla storia il riassunto di uno dei più grandi misteri. Alle 22.30 il traghetto Navarma aveva attraversato solo due miglia, Livorno era visibile a occhio nudo. In plancia di comando il cagliaritano Ugo Chessa. «Comportamento superficiale ai comandi», gli attribuisce la sentenza. Ma ai parenti dei morti non basta. I punti da chiarire sono diversi. I soccorsi scattati con ore di ritardo, la posizione dell’Agip Abruzzo e la presenza di navi militari americane in zona. «Su questo siamo disposti a chiedere l’intervento del Governo, perché gli Stati Uniti consegnino la documentazione necessaria – annuncia il presidente della commissione parlamentare, Silvio Lai – Intanto stiamo raccogliendo testimonianze di persone mai state sentite».

 

Elementi nuovi si ricavano dall’inchiesta parallela curata da un pool di tecnici di Milano. Incaricati dai parenti dei morti, gli esperti dello Studio Bardazza, hanno trovato particolari che nell’inchiesta non si trovano. «Secondo le sentenze, lo scontro tra petroliera e traghetto sarebbe avvenuto per un banco di nebbia ma il riordino dei documenti racconta altro. A partire del punto della collisione. Le due sentenze dicono che la petroliera era in luogo consentito ma le coordinate indicate la fanno ricadere in area vietata. Che ci faceva lì l’Agip Abruzzo? Poi c’è il mistero delle navi americane».

 

Non lontano da Livorno c’è la base Usa di Camp Darby e quella notte almeno 7 navi militari trasportavano armi. È un dato certo, comprovato dai tracciati radio. Ma c’è una strana conversazione che alimenta il mistero. Una nave si presenta come Theresa e comunica di andar via: era un nome inventato, in codice, per parlare con il comandante di un’altra unità. Perché andava via velocemente?

 

I soccorsi sono arrivati sul traghetto molte ore dopo lo scontro: è chiaro, ma l’inchiesta non ha toccato questo passaggio. Le registrazioni radio aiutano a comprendere quei momenti drammatici. Nella sala operativa di Livorno arrivano solo le comunicazioni dell’Agip Abruzzo e della nave nessuno si preoccupa. Il marconista ci prova fino all’ultimo: «Stiamo aspettando qui, non ci sente nessuno». «Molte persone potevano essere salvate, ma sono state abbandonate – dice Luchino Chessa, il figlio del comandante – Non possiamo accettare che dopo questa morte orrenda non ottengano un po’ di giustizia. Per loro lotteremo sempre».

Fonte: La Stampa
10/4/2016