Il reato fantasma

Concorso esterno, traffico d’influenze, disastro ambientale. Tre esempi di scatole vuote che i magistrati riempiono poi a loro piacimento. L’apologo della mezzamafia

«Basta liti e pm in politica Crisi di fiducia nei giudici»

 

Apologo. Molti anni dopo, il professore Aristide Perriera – che certamente aveva letto e riletto “Cent’anni di solitudine” – si sarebbe ricordato di quell’infame pomeriggio d’inverno in cui lui e i suoi alunni stavano per essere inghiottiti dal gelo. Erano accatastati in un’aula, stretta e lunga, di via Impallomeni, a due passi dal Papireto. Ed erano subissati da tali e tanti spifferi che il professore se ne stava immobile, incaramellato nel suo impermeabilino blu; mentre i ragazzi – che già smoccolavano, come le candele del Bambinello – non aspettavano altro che mollare la scuola e tornarsene a casa. Causa freddo, naturalmente. Ma a Palermo, si sa, non c’è danza senza contradanza.

E quando tutto sembrava pacifico, ecco la tragedia. “Professore”, gridò all’improvviso Totuccio Muscarà, dodici anni, sguisciando dal suo banco in fondo a destra. “Io a questo cornuto l’ammazzo”. E indicava, viperigno, Agatino Carabillò, due banchi più avanti. “Mi ha detto parole di mio padre e di mia madre, professore. Come faccio a non ammazzarlo? Come faccio…”, strillava, agitando la manuzza a pigna. Agatino Carabillò, che di suo era bravissimo nell’attaccare torilla con i compagni di scuola, gli aveva semplicemente detto “figlio di buttana”. Ma Totuccio Muscarà non voleva che quell’oltraggio, così rasposo e vetriolesco, sfiorasse l’immagine della mamma. E ci girò attorno, con uno svolazzo omertoso: “Mi ha detto parole di mio padre e di mia madre”. Sulla vendetta, no. Su quella era deciso, diretto e assatanato. “Lo debbo ammazzare, professore, parola d’onore che lo debbo ammazzare”. “Ma che sei pazzo? Intanto torna al tuo posto…”, urlò il professore, vestendosi d’imperio.

Aristide Perriera insegnava in quella scuola da diciannove anni e conosceva a memoria l’intero sillabario della violenza: dalla prima all’ultima parola, dal primo all’ultimo gesto. Ma un furore come quello che sgorgava, a fiotti, dagli occhi e dalla gola di Totuccio Muscarà non l’aveva mai visto. “Totuccio lo sai che le persone non si ammazzano mai. Mai. Mi sono spiegato?”, disse lucidando al meglio quella che era la sua passione vicaria: insegnare ai ragazzi oltre che l’italiano, anche un po’ di antimafia. Quel po’ che si poteva, naturalmente. “Non è vero che non si ammazza nessuno, professore: i mafiosi le ammazzano le persone… li ammazzano i cornuti… Agatino è un cornuto e io l’ammazzo”, replicò implacabile Totuccio. “E tu che sei mafioso?”, controreplicò, incipollato di rabbia, il professore. “Io no, però, mio padre… è della mafia”. “Che dici? Tuo padre è della mafia? Rispondimi: è della mafia, sì o no?”. Il professore Perriera ormai brandiva le domande con la foga di un esorcista alle prese con l’indemoniato. Totuccio si sentì perso. Aveva già salvato la madre, ora voleva salvare il padre. “E’ della mafia?”, chiese ultimativo il professore. “Forse mio padre non è proprio della mafia…”, rispose Totuccio, abbassando timidamente le ali e tenendosi comunque sulla sospensiva. Poi fissò negli occhi il suo sinedrio, sputò dal dente e specificò: “Ma di mezzamafia c’è sicuro”. E, affilettato come un figurino, tornò dritto al suo posto.

Tema. Se Totuccio Muscarà s’è inventato la mezzamafia, il Parlamento italiano – un colpo oggi, un colpo domani – s’è inventato il mezzoreato. Ha inserito cioè nel codice penale il principio del reato annunciato ma non definito. Una scatola vuota che il magistrato potrà riempire a suo piacimento: secondo l’idea che lui ha dei diritti suoi e degli altri, secondo i suoi convincimenti politici, secondo le sue convenienze personali o di cordata. I costituzionalisti definiscono queste scatole vuote “concetti giuridici indeterminati”. E per spiegare agli studenti di giurisprudenza la portata perversa di simili improvvisazioni portano ad esempio il concetto di “buonafede” richiamato con tanta facilità a proposito della legittima difesa. Il legislatore l’ha voluta tenere presente, giustamente. Ma a chi spetterà il compito di misurare la buonafede di un cittadino finito sotto inchiesta se non al magistrato? E chi potrà escludere l’ipotesi che due magistrati possano giudicare in maniera diversa, se non opposta, quella stessa buonafede con la quale i difensori cercheranno di attenuare gli effetti perversi di una difesa che forse, più che legittima, fu un pelino eccessiva?

Se al reato non corrisponde un crimine ben preciso, siamo tutti rovinati. Non solo per i guai che possono all’improvviso cadere sulla testa di ogni cittadino, ma perché viene sostanzialmente meno un principio sacrosanto: quello che la legge è uguale per tutti. Con il mezzoreato, invece, la legge diventa improvvisamente diseguale per tutti, perché la sua applicazione dipende da come la interpreta ogni singolo magistrato, ogni singolo tribunale, ogni singola corte d’appello. Certo, il busillis potrà sempre finire nelle mani fredde e navigate della Corte di cassazione, che potrà anche emettere una sentenza a Sezioni riunite, suo massimo organo collegiale. Ma intanto le procure e poi i gip e poi i giornali e poi i tribunali del riesame e poi tutta quella tiritera di giudici e giudicanti che ogni giorno ci chiedono conto e ragione dei nostri comportamenti, avranno abbondantemente maciullato le nostre vite, le nostre carriere, i nostri affetti, i nostri pudori, il nostro orgoglio, la nostra decenza, fino alla gogna. Con l’aggravante che potranno sempre giustificarsi dicendo: “Ma la norma era vaga e confusa, perché questi politici non sanno nemmeno scrivere un articolo di legge: che cosa possiamo farci noi poveri magistrati?”.