La strana eredità di un guru francescano

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di Alessandro Amadeus Pecora

Vi sembrerà strano, ma mi è sembrata una bella immagine, tra tutte quelle tristi di oggi sul funerale di Gianroberto Casaleggio, quella che ha immortalato alcuni tra i “suoi” ragazzi parlamentari del movimento mentre brindavano al suo ricordo con un bicchiere di birra nello storico bar Magenta di Milano, a meno di trecento metri dalla chiesa dove si era appena svolto il funerale. Sembravano i tanti figli, cugini, nipoti di una famiglia numerosa, old style, che hanno nel loro giovane sangue il miglior antidoto al dolore ed al lutto. Sanno inconsciamente di avere il diritto di vivere ancora a lungo, ed il dovere di andare avanti, nonostante le cinquanta sfumature di dolore che percorrono le loro viscere oggi pomeriggio.
Il più bel regalo a Gianroberto, come a tutti i papà-zii-nonni che lasciano troppo presto i loro affetti, è proprio questo: sapere che il loro ricordo non svanirà tanto presto, e che qualcuno da subito riprenderà le redini della vita anche a nome loro.
Grillo invece non c’è. Per una persona che sa di aver vissuto la maggior parte della propria vita l’elaborazione del lutto di un fratello, di un caro amico, è certamente molto più complessa che per un giovane. Quando il destino colpisce uno più giovane di te, con cui hai camminato insieme per un pezzo di strada più o meno lungo della vita, a cui ti sei appoggiato per non incespicare, e che ti teneva sottobraccio quando eri stanco, rischi veramente di sentirti solo, smarrito, colpito a morte.

Pur nel grande rispetto per quest’uomo imponente e semplice al tempo stesso, che nel bene o nel male, a seconda dei punti di vista, ha segnato la storia politica contemporanea d’Italia, sento anch’io il dovere di guardare avanti, partendo da un’analisi personale, certamente opinabile ma sincera e senza ipocrisie, del “fenomeno Casaleggio”, di cosa ho intravisto nella sua visione del mondo e della politica, guardandolo con gli occhi di un giovane che non ha mai aderito al movimento che ha fondato insieme a Beppe Grillo, ed ha trovato molti spunti polemici con i suoi rappresentanti, pur riconoscendo spesso la loro buona fede e, più di una volta, anche i loro più che buoni motivi.

UN UOMO CHE HA VISSUTO INTENSAMENTE LE SVOLTE EPOCALI.
Pochi come Casaleggio hanno vissuto sulla propria pelle il cambiamento epocale, la svolta cardine della storia umana che è stato l’avvento prima dell’informatica e poi di internet.
Lui si ritrovò giovane in Olivetti, dove si faceva la storia dell’informatica non italiana, ma mondiale. Era il tempo in cui si stava passava dall’organizzazione del lavoro, negli uffici pubblici e privati, che per secoli aveva accompagnato l’umanità fra cartelle e scaffali polverosi, carta, inchiostro e monumentali macchine per scrivere, ad una “informazione+automatica”, detta in crasi “informatica”, che con l’utilizzo di nuovi strumenti con un vecchio e snob nome inglese, “hardware”, cioè letteralmente “ferramenta”, ed un suo corrispettivo di fantasia, “software”, che identificava i programmi che davano vita a quella “ferramenta” e la facevano correre infinitamente più veloce della migliore mente umana. E Casaleggio era appunto un “programmatore di software”, cioè uno di quelli che davano vita e velocità alle macchine.
Le macchine correvano velocissime, e la velocità spesso ubriacava, facendo che in alcuni nascesse una sorta di idolatria per l’informatica e l’innovazione tecnologica, dimenticando un fatto fondamentale: le macchine non hanno un’anima, né un’intelligenza propria. Sono stupide, delle velocissime stupide.
Poi venne il tempo in cui nacque internet, e chi viveva dentro l’informatica visse il secondo grande passaggio epocale, quello in cui dai “personal computer” si passò, piano piano, ai “social computer”, connessi ad una rete universale che prese il nome di “world wide web”, in cui tutto il sapere era di tutti. Ed infine venne l’epoca degli “always on”, dei sempre connessi alla rete, non solo quando ci si trovava davanti ad un computer, ma anche camminando per strada o spostandoci in auto: fu il boom degli “smartphone”, dei telefoni intelligenti, a cui cresceva sempre più lo schermo e diminuiva fino a sparire la tastiera. E siamo ai tablet, i piccoli computer che ci permettono di scrivere e lavorare, o leggere un libro o guardare un film, anche in tram o mentre aspettiamo un treno o un aereo, approfittando del fatto che ormai l’infrastruttura di rete è ultraveloce, e spesso è gratuita o quasi.
Ecco, Gianroberto Casaleggio ha vissuto attivamente tutto questo, seguendo e studiando ogni fenomeno ed epifenomeno legato alle varie svolte con l’occhio del tecnico e dell’appassionato.
Si rese conto prima di altri, insieme a pochi, delle potenzialità che aveva la rete, e di come essa avrebbe potuto in poco tempo cambiare radicalmente non solo la società, ma anche i rapporti umani e le manifestazioni legate al vivere insieme, e tra esse prima fra tutte la politica.
Naturalmente non fu il solo, non fu un “profeta”, fu uno dei protagonisti attivi di un cambiamento che segnerà inesorabilmente la storia dell’umanità, e per una volta non solo negli USA vent’anni prima degli altri, ma insieme a loro, alle loro mitiche Silicon Valley e Palo Alto. Perchè nel mondo “sociale”, o “social” che dir si voglia, il successo non ce l’ha chi arriva prima ad una scoperta, ma chi la sa usare meglio degli altri, ma anche ed indissolubilmente “insieme” agli altri.
Ecco perché fenomeni social come “My Space”, pur arrivando prima di Facebook e Twitter, non ebbero la loro stessa fortuna. Ed in questo enunciato c’è già un primo errore del Casaleggio “politico”: sicuramente è stato un innovatore, un grande manager della comunicazione, un grande imprenditore della modernizzazione informatica, e dal punto di vista politico ha creato i presupposti per una nuova forma di cittadinanza “attiva”, con un rapporto diretto tra cittadini e le istituzioni, nel quadro di un’idea di moralizzazione della politica stessa che parte dal concetto di “controllo dal basso”. Gianroberto Casaleggio ha ben chiaro il suo progetto politico, sa di cosa ha bisogno per farlo nascere e crescere, a cominciare da un’interfaccia pubblica che lui non sa e non riuscirebbe mai ad essere, con la sua timidezza ed il suo carattere schivo, e riesce a tratteggiare bene tutti i passaggi che gli hanno permesso di far condividere il suo sogno ad un elettore su quattro in Italia.
Ma purtroppo esagera, e da “folle visionario” spesso passa a dimostrarsi un “despota maniacale”.

LO STRANO CASO DEL DOTTOR CASA E DEL SIGNOR LEGGIO.
In Casaleggio “rivoluzionario” è scattato il limite dei grandi rivoluzionari: la troppa certezza di essere nel giusto ed il fatto, per lui provato ed incontrovertibile, che gli altri sono tutti inadeguati a comprendere la grandezza del suo pensiero. Una sorta di convinzione di eterno incompreso, con la necessità di preservare il proprio progetto purissimo da qualsiasi contaminazione possa venire da chiunque altro, fosse anche un suo stesso amico che, in buona fede, chiede di capire.
La sola domanda di chiarimento diventa, nella mente di Casaleggio, un reale o latente tradimento.
In questo Gianroberto Casaleggio ha sempre manifestato una doppia personalità, una sorta di ri-edizione del celeberrimo romanzo “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde” di Robert Louis Stevenson. Intendiamoci, ognuno di noi porta in sé un piccolo sdoppiamento di personalità, e lo stesso Stevenson nel suo romanzo fa dire al protagonista: «Sia sul piano scientifico che su quello morale, venni dunque gradualmente avvicinandomi a quella verità, la cui parziale scoperta m’ha poi condotto a un così tremendo naufragio: l’uomo non è veracemente uno, ma veracemente due».
Ma in Casaleggio questo sdoppiamento arrivava spesso a situazioni estreme, tanto da sbalordire, a partire dal suo carattere assolutamente non violento, anzi potremmo dire mite, ma che lo trasformava in un controllore maniacale, in un castigatore spietato del sia pur minimo errore (o ciò che lui valutava come tale).
Da questo suo atteggiamento da “kapò” nasce secondo me, ad esempio, l’iniziale antiparlamentarismo del Movimento 5 Stelle, di fatto ostile alla democrazia rappresentativa e alla mediazione parlamentare, ma dettato da una cosa molto semplice e con un nome facile: la paura dei giovani parlamentari di essere considerati “contaminati” dal potere. Questo atteggiamento ostile ha finora impedito ai suoi deputati e senatori di saper mediare con il Parlamento, e quindi con il Paese, e di passare dal partito di lotta al grande partito di massa e di governo che Grillo ha da sempre sognato come compimento del progetto politico. Ma da qualche mese appare una sorta di scongelamento in questo senso.
Casaleggio è stato il più “moderno” di tutti i politici, ma se la politica dell’era della Rete si è dimostrata incapace di affrontare le sfide della società contemporanea, l’assolutizzazione, anzi direi la “deificazione” della stessa Rete, gestita senza regole “analogiche” come il controllo indipendente di “terzi” nelle votazioni online, o modalità alternative di partecipazione alle decisioni politiche ed elettorali per quei (tantissimi) cittadini esclusi dal suo uso, si è dimostrata un terribile boomerang per la credibilità dell’intero progetto.
Ecco, secondo me il Grand Canyon che ha diviso il dottor Casa dal signor Leggio è stato proprio quello che da un versante vedeva lo “specialista delle grandi visioni sociali”, che metteva in campo parole d’ordine derivanti dalla concretezza della propria esperienza professionale («Non esistono idee di destra ed idee di sinistra, ma buone idee e cattive idee», ad esempio, o «Chi non vorrebbe un Ministero della Pace? Internet non è una panacea per tutti i mali che affliggono la società però bisogna prendere atto che cambia la realtà e gestire il cambiamento piuttosto che subirlo»), assolutamente di buon senso e condivisibili, e poi improvvisamente il suo lato oscuro che voleva imporre un pensiero unico ed indiscutibile che faceva apparire questo mito, la “Rete”, come una sorta di nuova religione.
E come per tutte le religioni, il Verbo non solo è indiscutibile, ma segna anche la strada futura: «La democrazia diretta, resa possibile dalla Rete, non è relativa soltanto alle consultazioni popolari, ma a una nuova centralità del cittadino nella società. Le organizzazioni politiche e sociali attuali saranno destrutturate, alcune scompariranno. La democrazia rappresentativa, per delega, perderà significato. È una rivoluzione prima culturale che tecnologica, per questo, spesso, non viene capita o viene banalizzata». O peggio ancora: «Ogni volta che deroghi a una regola praticamente la cancelli». Si sente aria di disciplina teutonica. O di tribunale del popolo.
Dal mite dottor Casa, quindi, personaggio schivo, disinteressato al potere, viene fuori inaspettatamente il signor Leggio, una sorta di crociato davanti al Santo Sepolcro, di guardiano della rivoluzione.

“UCCIDERE IL PADRE”, DUNQUE? NO, MA RENDERLO PIÙ UMANO SÌ.
Non ho mai amato né Freud, né la psicanalisi, e per dirla con una battuta alla Beppe Grillo, «La psicanalisi è un mito tenuto in vita dalla lobby dei divani» (Woody Allen).
Non mi sento quindi di chiedere al Movimento 5 Stelle post-Casaleggio di rinnegare alcunchè del pensiero del fondatore. Faccio solo appello alla ormai raggiunta maturità dei giovani ex grillini, alla loro da oggi più serena capacità di “umanizzarlo”. Chiarisco subito: non perché il pensiero di Casaleggio fosse “disumano”, ma più semplicemente nel senso che se è bello essere “francescani” come lui, non è necessario essere “inquisitori”.
Il mondo è bello perché è vario, e nessuno ha il diritto di presupporre di essere “il migliore” rispetto agli altri. Ad ognuno, semmai, spetta l’onere di dimostrarlo con la propria vita.
Va benissimo urlare a squarciagola “onestà”, magari gridandolo con la mano sul cuore ed i portafogli leggero, ma non pensate che chi non grida con voi non sia onesto quanto voi.
La politica non è uno strumento perfetto, non è un violino da accordare e far suonare in maniera celestiale: la politica è la vita, e come la vita è imperfetta e sempre da perfezionare.
Non ci sono i buoni da una parte ed i cattivi dall’altra, e se si vogliono ottenere risultati concreti bisogna dimostrare che “conviene” stare dalla parte dei buoni e degli onesti, non impaurire chi vi guarda.
E se posso permettermi, come nota finale: la Rete non è Dio.
Un’eredità che dovreste rifiutare è quella che prevede inesorabilmente il Movimento entrare fatalmente in conflitto con la Chiesa. Le premesse ci sarebbero tutte. Nel suo famoso video “Gaia” Casaleggio ci fa sapere che nella Nuova Era spariranno tutte le religioni, e dovendo mostrare le immagini di luoghi religiosi distrutti ne sceglie tre cattolici: San Pietro, Notre Dame e la Sagrada Familia di Barcellona.
Quell’eredità, secondo me, era già stata negli ultimi tempi rinnegata dallo stesso Casaleggio, ad esempio consigliando cautela in materia di adozioni omosessuali.
In fondo, in un preoccupante deserto di offerte politiche credibili, un buon numero di cattolici si potrebbe far sedurre dai sogni e dalle visioni di “onestà” e “partecipazione”. O partire da queste.
Ma ci vuole intelligenza da parte vostra, amici 5Stelle. E soprattutto rispetto per chi crede che Dio è un’altra cosa, non la Rete.

Roma, 15 aprile 2016

Alessandro Amadeus Pecora