Caso Uva, assolti carabinieri e poliziotti: «Nessun pestaggio»

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La Corte ha prosciolto i due carabinieri e i sei poliziotti dall’accusa di omicidio preterintenzionale. Gli agenti, secondo i giudici, avrebbero svolto il loro dovere, mentre Giuseppe non sarebbe stato picchiato: la sua sarebbe stata una reazione di nervi.

Tutti assolti. Carabinieri e poliziotti per i giudici della corte d’assise di Varese non sono i responsabili della morte di Giuseppe Uva, deceduto nel giugno 2008 all’ospedale Circolo di Varese dopo aver passato la notte nella caserma dei carabinieri. La decisione è arrivata venerdì dopo quattro ore di camera di consiglio, al termine di un processo durato decine di udienze e quasi due anni: un centinaio i testimoni ascoltati, una decina le perizie di parte del tribunale messe a verbale; udienze a volte tese, scontri tra avvocati e polemiche da parte della famiglia Uva. I sei poliziotti e due carabinieri imputati erano accusati di omicidio preterintenzionale, abbandono di incapace, arresto illegale, abuso di autorità su arrestato. La Corte li ha assolti per non aver commesso il fatto su tre capi di imputazione tra cui l’omicidio preterintenzionale. Mentre ha riqualificato l’arresto illegale in sequestro di persona e li ha comunque assolti. Come in un processo a parti rovesciate, i veri accusatori sono stati però gli avvocati di parte civile Fabio Ambrosetti, Alberto Zanzi e Fabio Matera. Perché il pm Daniela Borgonovo, come i suoi predecessori Agostino Abate e Felice Isnardi, ha chiesto l’assoluzione per tutti gli imputati, arrivando alla conclusione che non vi fosse alcuna prova di un pestaggio nei confronti di Giuseppe Uva nella caserma dei carabinieri di Varese. Dopo la lettura della sentenza gli imputati si sono abbracciati, mentre una parente dell’uomo è uscita dall’aula gridando «maledetti».

Testimoni ritenuti inattendibili
In particolare i due testimoni Alberto Biggiogero e Assunta Russo, rispettivamente l’amico di Giuseppe e l’infermiera che sostiene di aver sentito dei poliziotti parlare di un pestaggio, sono stati ritenuti inattendibili, imprecisi e soprattutto per quanto riguarda la Russo al limite della falsa testimonianza. Tutte le tesi degli avvocati della difesa sono andate in una sola direzione. Quella notte, carabinieri e poliziotti e fecero il loro dovere e, cioè, impedirono a due ubriachi di continuare a urlare e creare pericolo in strada. In caserma non ci fu un pestaggio, ma una crisi di nervi che Giuseppe ebbe quella notte, una volta trasportato al comando di via Saffi a Varese. Le toghe Luca Marsico, Duilio Mancini, Pietro Porciani, Fabio Schembri, Luciano Di Pardo hanno ingaggiato un lungo duello soprattutto con gli avvocati delle parti civili. Ma alla fine la Corte ha dato ragione alle difese. E stabilito che sul corpo di Giuseppe non vi erano segni di violenza. Soprattutto, durante il processo, è emerso che nessun testimone ha mai visto violenze, che non vi fu un atteggiamento violento dei carabinieri in strada, che in caserma non si verificò un pestaggio e che nemmeno in ospedale qualcuno diede pugni o calci a Giuseppe Uva. Nemmeno le macchie mostrate in alcune fotografie in televisione sul corpo di Giuseppe Uva sono segni di lividi, bensì si tratta delle macchie ipostatiche che ogni corpo ha sul tavolo di obitorio a qualche ora dalla morte.

La sorella: «Continueremo la nostra battaglia»
«Continueremo la nostra battaglia». La sorella di Giuseppe Uva, Lucia, ha commentato con queste parole la sentenza pronunciata dalla Corte d’Assise con al centro la morte dell’uomo, verificatasi nel giugno del 2008 all’ospedale di Circolo di Varese, dopo aver trascorso parte della notte nella caserma dei carabinieri. Lucia Uva, parte civile nel processo, si è presentata in aula con una maglietta con stampata la foto del fratello e la scritta «Giuseppe Uva-aspetto giustizia». Dopo la sentenza ha indossato un’altra t-shirt con la scritta «assolti perché il fatto non sussiste».

Uno dei carabinieri: «Giustizia è fatta»
«Finalmente è stata fatta giustizia». Sono state le parole, all’uscita dall’aula, di un carabiniere, Stefano Dal Bosco, assolto assieme a un altro militare e a sei poliziotti. «Eravamo tranquilli – ha detto – perché quella notte non è successo nulla e nessuno di noi ha commesso reati. Non poteva andare diversamente».
I politici
«Un processo condizionato da un’indagine condotta in maniera pedestre, fino all’altro ieri, dal pubblico ministero Agostino Abate, si è concluso com’era fatale che si concludesse» dice il senatore del Pd Luigi Manconi. «Abate – spiega Manconi – ha dominato l’intera vicenda giudiziaria dal 2008 ad oggi con un comportamento del tutto simile a quello che lo ha portato a trattenere, per oltre 27 anni, il fascicolo relativo all’assassinio di Lidia Macchi, prima che gli venisse tolto di autorità. Per quest’ultimo comportamento Abate è stato infine trasferito. Per quello tenuto nei confronti della vicenda giudiziaria relativa alla morte di Giuseppe Uva è stato sottoposto a una incolpazione da parte della Procura generale presso la Cassazione, che tra l’altro gli attribuiva la violazione di diritti fondamentali della persona. Con queste premesse, la sorte del processo era in qualche misura segnata. Ora la verità si fa ancora più lontana».
Di tenore completamente opposto la reazioni di Carlo Giovanardi (senatore, Idea):«Sono felice per l’assoluzione di poliziotti e carabinieri, mentre penso che il senatore Luigi Manconi presidente della Commissione Bicamerale per i Diritti Umani abbia perso un’occasione per tacere dimostrando ancora una volta che per lui le forze dell’ordine sono colpevoli per principio, a prescindere dall’esito dei processi».
«L’assoluzione dei carabinieri e dei poliziotti del caso Uva induca tutti a maggior rispetto di chi indossa una divisa. Basta criminalizzazioni», dichiara Maurizio Gasparri (Forza Italia).

di Roberto Rotondo

Fonte Corriere della Sera

Roma, 16 aprile 2016