Giulio Regeni, un altro “caso Marò”?

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Dopo l’incontro di Roma tra gli investigatori egiziani e quelli italiani per tentare di risolvere il caso Regeni, il nostro ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, ha disposto come noto il richiamo dell’ambasciatore italiano in Egitto, secondo la formula diplomatica del ritorno in patria per “consultazioni”. Come reazione ufficiale alla nostra protesta, il presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi ha dichiarato che “il problema è stato generato dalla pubblicazione di accuse e bugie”. Dunque, niente scusa all’Italia per quel comportamento assurdo e per la serie di depistaggi che hanno messo gli inquirenti italiani all’angolo.

Tutti sappiamo che il richiamo di un ambasciatore è una mossa che prelude all’interruzione delle relazioni diplomatiche tra Stati sovrani e che denuncia, comunque, una condizione pericolosa di tensione tra questi. Ma cui prodest? A chi giova veramente?
Il nostro paese in questa vicenda è “al buio” e impotente, ostaggio di un’inchiesta giudiziaria di uno stato sovrano che non ha alcun interesse a condividerla. Roma non può permettersi di alzare troppo la voce, pena la perdita di un asset strategico come lo speciale rapporto commerciale con l’Egitto – di cui, tra l’altro, il nostro paese è il primo partner – e quello relativo alla scoperta del più grande giacimento di gas del Mediterraneo, Zohr, un offshore da 850 miliardi di metri cubi di gas che l’ENI potrà iniziare a estrarre presto, con notevoli vantaggi per la nostra politica energetica.

Ed ecco che alla ragion di stato e a quella del cuore, si sovrappongono interessi di tutt’altra specie. Come di tutt’altra specie sono le ragioni che hanno portato alla morte dello studente italiano. Su questo, il generale Mario Mori ha aperto la strada, ben descrivendo uno scenario se non altro probabile. Scrive sul Foglio l’ex capo del Sisde: “Proprio il suo abbandono sul ciglio di una strada frequentata appare però l’aspetto più significativo che forse sta a spiegare i comportamenti successivi delle autorità preposte al caso. Normalmente infatti, nelle vicende non rare di sparizioni di persone, il cadavere svanisce nel nulla, il più delle volte ingoiato dalle sabbie del deserto che magari lo fanno ritrovare casualmente dopo decine di anni. Invece in questo caso il corpo del ragazzo italiano si è rapidamente materializzato. Probabilmente perché doveva essere trovato e diventare strumento di regolamenti di conti che sono in atto nei centri del potere egiziano”.

Senza aggiungere ulteriori dettagli che portano fino a Londra, basterà registrare l’entrata in campo di questa settimana anche da parte del governo britannico, che ha dato il via a una petizione per fare piena luce sul caso, e di quello francese, però di tutt’altro stampo: nei giorni scorsi, l’Eliseo ha spedito al Cairo una delegazione di 12 alti funzionari della Repubblica e lo stesso presidente François Hollande sarà in Egitto per una visita di Stato il 18 aprile, accompagnato da decine di uomini d’affari francesi (ma soprattutto firmerà una serie di contratti per la vendita di armi).
Cosa ci dice tutto questo? Che l’affare s’ingrossa e che, dietro la vicenda di Giulio Regeni, già si muovono gli avvoltoi che intendono scippare all’Italia la leadership nel Mediterraneo e la dignità di nazione sovrana. Un fatto che ha precedenti molto recenti, come la guerra in Libia del 2011.

Il governo italiano, e il suo ministro degli Esteri in particolare, in questa triste vicenda camminano sulle uova e dovranno usare molta prudenza e tattica politica, se non vogliono declassare il tutto a un altro “caso Marò”.

 

Roma, 17 aprile 2016

Luciano Tirinnanzi