Il tribuno della tele

“Noi diciamo stupidità che muovono l’Italia” (Umberto Bossi, politico, prima metà degli anni Novanta del Novecento)

Martedì 22 marzo era la sera degli attentati di Bruxelles, ma anche la sera di “DiMartedì”, il talk di Giovanni Floris su La7. Quello con Maurizio Crozza – comico, attore, imitatore – che per l’occasione fa l’editorialista: “Siamo in guerra, la politica non lo dice ma noi comici lo sappiamo già”. “Giova, perché siamo in onda in giornate come queste? Come si fa a far ridere?”.

Il Crozza del martedì, da un po’ di tempo, non ci sta più dentro nei vestiti dell’ospite-comico con compiti di siparietto, che al massimo punzecchia satirico ma conviviale i politici di turno sulla poltrona. No. Fa l’editorialista, fa un po’ il comizio, fa un po’ l’indignato, fa un po’ l’antitutto.

C’è la guerra, sì. Gran puttana, la guerra: “Un po’ attacchi tu, un po’ attaccano loro… Noi coi droni, loro coi trolley”. Risate. Perché nella satira si ride sempre a squadre, lo insegnava già Paolo Rossi (il comico). Basta scegliere per sé la squadra dei buoni: “I raid anti Isis hanno fatto mille morti civili, ma la politica non lo dice”. Applausi. Ma soprattutto: “Giova, a che serve la politica?”.

Martedì 12 aprile era quello prima del referendum: “Io vado a votare per tre motivi. Primo, è un mio diritto. Secondo, è un mio dovere. Terzo, ha detto Renzi di non farlo”. Applausi. E il martedì seguente: “Altro che ciaone, a chi ha votato girano le trivelle”. Risate.

Crozza, la parte più appetitosa del talk-show. E infatti, da un po’ di tempo, la “copertina” di Crozza per Floris ha cambiato pelle. Senza nemmeno bisogno di travestirsi, è diventata un’imitazione delle letterine (o erano editti?) che Marco Travaglio declamava da Michele Santoro. La prevalenza del tribuno. Con un eccesso – forse involontario, forse è soltanto un Dna comune di liguri incazzosi – di grillismo.

Di antipolitica. Poi, sta a vedere: Lui è un professionista, non un improvvisatore, sa fare tutti i ruoli in commedia: perché non anche il tribuno? Forse però la domanda giusta è un’altra: sarà lui che è diventato grande – persino ingombrante – o è il talk-show che si è ridotto? E poiché la televisione non tollera vuoti, laddove si restringe il conduttore finisce naturaliter che si allarghi il comico.

Il 16 ottobre del 1992 Bettino Craxi non aveva ancora ricevuto il primo degli avvisi di garanzia di cui la Procura di Milano di Piercamillo Davigo and partner in seguito lo omaggiò (il primo, il 15 dicembre 1992). Ma intervistato dal Corriere della Sera, un Beppe Grillo ancora lontano anni luce dal suo futuro suonava il de profundis alla satira (di sinistra) contro i potenti della politica: “Credo che per Serra e quelli di Cuore far ridere sia sempre più difficile perché frequentano troppo i soggetti di cui fanno satira”.

Era ora di traslocare l’opposizione della risata in televisione, e da lì menare sciabolate al Sistema Politico in quanto tale. In fretta, i talk-show inglobarono la satira. Passò poco, e ne uccisero più Sabina e Corrado Guzzanti che i pm di Milano. Anni dopo, qualcuno avrebbe cominciato a parlare di “populismo mediatico”.