“Vi spiego perché il Labour è in stato confusionale”. Intervista al candidato sindaco conservatore di Londra

“Guarda la mia squadra di volontari. Sono molto internazionali e anche il resto di Londra è così”. E’ un sabato pomeriggio di fine campagna e Zac Goldsmith raggiunge un manipolo di sostenitori in una stradina assolata dell’ovest di Londra, quartiere ricco in cui già piace a tutti.

Folla giovane da country club, belle donne molto truccate, una ragazza gli porta un coniglietto vivo e grassottello come portafortuna e Zac sorride a tutti, stringe mani con il suo spezzato blu – si sospetta – meno splendido di quelli che indossa di solito.

Se l’aria è kennediana che più kennediana non si può, le maniere restano quelle gentili e quasi schive del ragazzo molto educato, quasi troppo. Del piglio da politico consumato non c’è traccia, della pirotecnia di Boris Johnson neppure e proprio il carisma di quest’ultimo, stando ai sondaggi, sarebbe il grande assente della campagna di Zac per la City Hall: per questo gli elettori sarebbero più orientati a premiare il self made man Sadiq Khan, laburista di lungo corso e di area milibandiana (tendenza Ed) nato in una casa popolare a Tooting da genitori pakistani, nonostante la sostanziale somiglianza delle politiche proposte dai due candidati.

YouGov parla di 20 punti di vantaggio per Khan, che ha sì promesso di abbassare il prezzo dei trasporti londinesi ma che, esattamente come Goldsmith, fatica a dare risposte alla difficile questione dell’emergenza abitativa della megalopoli. Con due candidati distinti da una oceanica questione di classe ma uniti da una mancanza di proposte forti, il voto del 5 maggio non ha scaldato gli animi e non sorprende: gli occhi sono tutti al referendum del 23 giugno.

“La Brexit non è un problema del sindaco, il suo compito è aspettare la decisione dei britannici e farla funzionare, qualunque essa sia”, spiega al Foglio, aggiungendo che lui, in quella campagna lì, non è coinvolto. Eppure il figlio di James Goldsmith, leggenda in materia di euroscetticismo e di molto altro, l’ha detto chiaro e tondo: voterà per uscire.

Se il 23 giugno la maggioranza si esprimesse allo stesso modo “Londra diventerebbe ancora più internazionale” secondo lui, che ritiene “da pazzi” pensare che la capitale britannica possa riavvolgere la pellicola e tornare tutta inglese.

“La Brexit non è questione di alzare i ponti e di dire no agli stranieri. Magari per alcune persone lo è, ma penso che per la stragrande maggioranza il problema sia di democrazia”, prosegue, e lì si capisce che siamo nel terreno delle convinzioni radicate di un globalista nato, lontano anni luce dall’antieuropeismo insulare e identitario di un Nigel Farage o di molti membri dei Tories, partito che – a sentire lui – non è affatto spaccato ma solo attraversato da un “dibattito civile su una questione importante”.