La Spagna torna al voto ma lo stallo può ripetersi

C’è già la firma del re. Felipe VI ha sciolto le Cortes, glielo imponeva la Costituzione (sono trascorsi due mesi esatti dal voto di investitura alla premiership del socialista Pedro Sánchez) e la Spagna si rituffa in un’altra, lunghissima campagna elettorale che si concluderà con il voto anticipato del 26 giugno.

Una legislatura abortita, caso inedito in 40 anni di democrazia, e un futuro più che mai incerto. Anche perché, dalla raffica di sondaggi che inondano le pagine dei principali quotidiani, si profila il rischio di un nuovo Parlamento ingovernabile, con un travaso di voti poco significativo tra le quattro più importanti forze politiche.

Una cosa, al momento, sembra certa: la stanchezza degli elettori che, chiamati a votare già in piena stagione estiva, potrebbero accentuare una preoccupante tendenza all’astensionismo. Il 20 dicembre scorso la partecipazione fu del 73 per cento, al prossimo giro (“secondo turno”, tendono a chiamarlo in modo improprio i leader dei partiti) potrebbe scende di quasi dieci punti, poco sopra il 60 per cento.

E questa è forse una delle speranze delle forze tradizionali, quelle del vecchio bipartitismo. Si sa, la volatilità dell’elettorato che sceglie i partiti emergenti è maggiore. I popolari di Mariano Rajoy, che quattro mesi fa persero quasi 4 milioni di voti e un terzo dei seggi (dai 186 del 2011 a 123) sono convinti di aver già toccato fondo e di poter solo recuperare consensi.