Dilly ding, dilly dong, il Leicester è campione d’Inghilterra

Dopo un derby meraviglioso, roba da finire tutte le scorte di brandy che avevo in cantina, il Tottenham ha detto addio alla rincorsa per il titolo. A Stamford Bridge, contro un Chelsea che voleva salvare almeno la faccia dopo una stagione da buttare (“Let’s do it for Ranieri”, diceva un cartello sugli spalti) è finita 2-2.

Gli Spurs erano passati in vantaggio, 2-0 a fine primo tempo. Cahill e Hazard hanno regalato al Leicester un titolo che è già storia. La squadra allenata da Claudio Ranieri è campione d’Inghilterra per la prima volta nella sua storia, dopo una stagione in cui era partita per salvarsi.

La cosa più stupefacente del Leicester, quest’anno, è che è stato in testa alla Premier League così a lungo che tutti hanno fatto in tempo a raccontare la propria versione della favola, tanto che nelle ultime settimane quasi non si sapeva più che inventare per tenere alta la tensione per l’impresa che questa squadra stava compiendo.

Per fortuna ci ha pensato Claudio Ranieri, reinventatosi comunicatore come nemmeno il miglior Mourinho – ma diverso, molto diverso dall’appannato Special One. Tra interviste strappalacrime, pianti in tv davanti all’omaggio dei tifosi del Leicester intervistati per strada, conferenze stampa con il “Dilly Ding Dilly Dong” diventato un tormentone e persino un coro dei tifosi, Claudio Ranieri ha dato un sacco di materiale per la costruzione del mito mediatico.

E poiché quando vinci tutto è bellissimo, perfetto, funziona – anche se è idiota o strapaesano – il fatto che lui ieri fosse a pranzo dalla mamma anziana e non potesse vedere Chelsea-Tottenham, decisiva per il titolo dei Foxes, è stato accolto con fiumi di commossa retorica, quella che in fondo piace di più: l’antipersonaggio.

Fossi stato nei panni del manager italiano sarei stato ricoverato per inguaribile priapismo già un mese fa (non dimentichiamo che Ranieri allena il Leicester grazie a un’orgia organizzata un anno fa in Thailandia e intelligentemente filmata da tre ex giocatori dei Foxes, tra cui il figlio dell’ex manager Nigel Pearson, cacciato per questo motivo poco dopo).

All’Old Trafford domenica la sua squadra avrebbe potuto crollare, le gambe tremanti per il titolo a un passo, la possibilità di scrivere la storia in uno degli stadi più belli e importanti del mondo, la storia nella storia di Schmeichel, figlio di un grande Red Devil per la prima volta in quel campo ma con un’altra maglia.

Non è stato così, perché probabilmente saremmo morti di infarto sommato a un attacco di diabete, ma è stato meraviglioso lo stesso. Tutto questo ha generato mostri nelle ultime settimane, con i giornali che facevano a gara a chi aveva l’aneddoto più straziante sul passato di qualcuno dei giocatori del Leicester (a un certo punto dai racconti letti sui giornali sembrava che fosse una squadra di ciccioni, galeotti mancati, ex operai e scarti della società).

Difficilmente però qualcuno supererà il Fatto quotidiano di mercoledì scorso, che per mano di Luca Pisapia ha trasformato questa società il cui proprietario è comunque tra gli uomini più ricchi del mondo in una sorta di collettivo socialista postmoderno: “E la città industriale delle East Midlands, tra le più multietniche del paese, per un attimo torna ai primi dell’Ottocento, quando era roccaforte dei Cartisti: rivoluzionari propugnatori di un socialismo premarxista.