La politicizzazione della magistratura finirà solo quando la politica abolirà le correnti

Nella mitologia greca, il vaso di Pandora era il leggendario contenitore di tutti i mali che si riversarono nel mondo dopo la sua apertura e senza voler esagerare con le metafore si può dire che, nell’ambito dei rapporti tra politica e magistratura, la detonazione del caso Morosini ha avuto effetti simili.

Una volta scoperchiato il vaso, attraverso le parole del consigliere del Csm raccolte da questo giornale, una serie di problemi legati al rapporto tra politica e magistratura, rimasti nascosti per molto tempo, sono risultati evidenti agli occhi di tutti. Persino, consentiteci un sorriso, a tutti coloro che oggi scoprono sì i drammi della magistratura politicizzata ma solo dopo aver contribuito per anni a diffondere allegramente in tutto il paese la semenza della politicizzazione della magistratura (il Pd e Repubblica).

Tra i molti problemi sgusciati via dal vaso di Morosini ce n’è uno però che è stato ignorato da tutti gli osservatori e da tutti i politici intervenuti per condannare la presa di posizione del giudice del Csm (che ieri ha smentito ancora l’intervista confermando ancora il colloquio che ovviamente il Foglio conferma) e che riguarda il cuore della questione: un paese in cui proliferano allegramente correnti della magistratura che professano una propria identità politica potrà mai essere al riparo da un processo di politicizzazione della magistratura e potrà mai essere certo di avere a disposizione un sistema in cui vale il principio costituzionale della neutralità e della terzietà del giudice? Luciano Violante, intervistato ieri dall’Unità, ha segnato un punto notando che “un giudice che fa il militante di parte non può fare il giudice”.

Ma il limite del ragionamento di Violante è che il problema del giudice “militante” non riguarda esclusivamente il caso Morosini ma riguarda il dna complessivo di un sistema profondamente segnato dall’appartenenza dei giudici e dei pm a quelle correnti che sono “un cancro della magistratura” e che spesso “utilizzano la giustizia come lotta di classe” (virgolettati di Raffaele Cantone).