“Noi non sposiamo i gay”: arrivano sindaci obiettori. Ecco dove

I fiori d’arancio, per le persone dello stesso sesso, non sono più un sogno.
Non sarà il matrimonio, ma con l’approvazione della legge sulle unioni civili, le “coppie di fatto” etero ed omosessuali sono pronte a bussare alle porte dei sindaci per sancire il loro rapporto e reclamare diritti: e anche in Liguria si disegnerà presto la “mappa” dei comuni più o meno “accoglienti”. Perché unirli sarà sì un dovere: ma, come ha fatto a Roma il candidato di centro destra Alfio Marchini, anche nei municipi nostrani c’è chi storce il naso. Pronto a invocare l’obiezione di coscienza.

«Si potrebbe prevedere, io sarei favorevole – dice Dario Capurro, primo cittadino di Recco, che non ha mai nascosto di sostenere la famiglia cosiddetta tradizionale – Per me la famiglia è formata da un uomo e una donna».

Dunque, la prima volta che una coppia omosessuale chiederà di registrare un’unione civile? «Sarò in imbarazzo, entra in gioco la visione morale personale: credo che non lo farò io, chiederò ad altri di farlo». Perché la legge è legge, un comune non potrà rifiutare la richiesta: ma potrà chiedere di sancire l’unione a funzionari o assessori favorevoli. Un’obiezione di coscienza, se non codificata, praticata nei fatti.

Il timore politico, spiega il collega Giacomo Chiappori di Diano Marina, uno dei sindaci liguri che portano i colori della Lega, «è che dal concetto di famiglia si passi a quello di matrimonio e poi alle adozioni». Nulla di tutto ciò però è stato inserito nella legge appena approvata. «Sì, però quando si apre una porta è difficile richiuderla. E poi, senta, il problema è che le unioni civili permetteranno di avere la pensione di reversibilità del partner, e come farà l’Inps a reggere?». I timori, insomma, più forti dei diritti.