La Trattativa si affloscia ma gli eredi dell’incubatore del partito delle gogne esistono ancora

Sarebbe bello potersi rallegrare e dire che l’assoluzione di Mario Mori è il segno evidente che la giustizia italiana è pasticciata, sì, è lenta, ok, ma comunque, in definitiva, funziona che è una meraviglia, oh yes, e in fondo, vedi il caso Mori, alla fine un processo, pur essendo costruito più sulla base di teoremi che sulla base di prove, non può che finire quasi sempre così: con un’assoluzione. Sarebbe bello poter esultare dicendo che giustizia è fatta, olè, e che ancora una volta il partito del garantismo-uguale-gargarismo (tutto ok Marco?) ha semplicemente avuto torto nel condannare e mascariare e sputtanare un indagato considerato ancora una volta colpevole fino a sentenza definitiva e macchiato a vita da una campagna stampa infamante le cui ferite neanche un’assoluzione potrà mai cancellare.

Sarebbe bello limitarsi a commentare tutto questo e passare subito alla pagina successiva, ma la storia del processo a Mario Mori è una vicenda particolare che, in un certo senso, prescinde persino dalla stessa figura di Mori e che ci dice molto delle ragioni per cui, a parte questo giornale, negli ultimi dieci anni sono stati in molti a cavalcare in modo simpaticamente abominevole un processo tonante, quello sulla Trattativa stato-mafia, che perde pezzi giorno dopo giorno e che nei libri di storia verrà ricordato più per il suo lato politico e a volte farsesco che per il suo lato strettamente giudiziario. Non sappiamo ancora se la procura di Palermo mostrerà sul resto dell’impianto della Trattativa stato-mafia la stessa saggezza mostrata due giorni fa su Mori ma sappiamo invece che, come ricordato magistralmente ieri su queste colonne da Giuseppe Sottile, l’intera vicenda ci consegna alcune lezioni che valgono la pena di mettere insieme e che vanno ben al di là della solita polemica su giustizialismo vs. garantismo.

Diceva giustamente tempo fa il magistrato Piero Tony sempre su questo giornale che l’inchiesta sulla Trattativa stato-mafia ha offerto spesso l’impressione di avere di fronte a noi alcuni magistrati pronti a muoversi più come giornalisti che come inquirenti, intenzionati a dimostrare una teoria storica più che un reato preciso, senza accorgersi che anche a occhio nudo era evidente che quella che si stava individuando era “un’ipotesi accusatoria visibilmente esile e arzigogolata il cui obiettivo era quello di portare avanti più un processo alla politica governativa degli anni delle stragi che un processo a singoli esponenti politico-istituzionali sospettabili di comportamenti penalmente rilevanti”. Il punto è proprio questo e prescinde anche dal processo in sé e dalla diffidenza della magistratura nei confronti dei Ros (diffidenza legata al fatto che le forze speciali spesso agiscono non di concerto con la magistratura, cosa mai accettata dalle procure, prendendo iniziative per l’appunto speciali, non concordate con i capi delle procure, e portando avanti anche indagini autonome, cosa anch’essa mai accettata dai magistrati politicizzati e dai giornalisti al loro servizio).

Anche se in molti oggi fischiettano e fanno finta di nulla, il processo sulla Trattativa stato-mafia, giustamente ritenuto dal professor Giovanni Fiandaca una boiata pazzesca, è stato a lungo l’incubatore di un mostro che oggi si presenta sotto altre forme ma la cui identità è chiara.

Un cocktail micidiale fatto di sovrapposizione tra magistratura e politica, protagonismo dei giudici, discrezionalità del pm, falsa obbligatorietà dell’azione penale, uso delle intercettazioni come bignè per i giornalisti, pataccari usati come icone antimafia, teoremi spacciati per prove, giornalisti trasformatisi in camerieri delle procure.