Assoluzione Mori: andiamo in soccorso a giustizialisti, sanculotti e cianciminiani

Li troviamo fra i procuratori, fra i collaboratori più sinceri e coraggiosi, come Riccio e Ciancimino, persino fra gli uomini della scorta, dove si vede bene l’intervento divino, altrimenti come si spiegherebbe che proprio l’unico, o comunque uno dei pochissimi carabinieri che indagavano in proprio per catturare Provenzano nonostante gli ordini contrari dei comandi, ha costì trovato riparo da turbolente vicende personali. Invece noi abbiamo una spiegazione molto molto più banale: non è vero che i fatti stavano cosà.

E dunque, noi questo popolo di indignati lo vogliamo aiutare, affinché si tranquillizzi, e sia un po’ meno indignato. Lo vogliano aiutare risolvendo alcuni dei quesiti più misteriosi ed oscuri cui costoro stanno cercando di dare una risposta.

Il nostro compito è agevolato dalle sortite mediatiche post-processuali di alcuni di questi guru, dove per tenere viva la fiamma del dubbio, o del dogma, questi maestri provvedono ad elencare tutte le principali questioni che secondo loro i processi ai carabinieri hanno lasciato irrisolte, apparentemente senza fondate ragioni, come se i giudici fossero incapaci o in malafede.

Così noi ora riprenderemo queste questioni una per una, risolvendo, subito a seguire, tutti i misteri e gli arcani, uno per uno.

Salvatore Borsellino è stato uno dei primi a formulare un elenchino, sulle pagine del Fatto Quotidiano, in un pezzo con un titolo che è tutto un programma “Mancato arresto Provenzano: non costituisce reato”.

Così quando l’Ing. Borsellino si domanda come sia possibile che non costituisca reato “rinunciare a catturare un latitante come Binnu Provenzano quando sarebbe stato possibile farlo”, gli rispondiamo subito: i processi hanno accertato appunto che NON E’ VERO che i carabinieri hanno rinunciato a catturare Provenzano quand’era possibile farlo, poiché non c’è mai stato un momento in cui era possibile farlo, e pertanto non può essere esistita la possibilità di rinunciare ad una cosa che a sua volta non è esistita.

Quando poi il fratello di Paolo Borsellino si domanda come sia possibile che non costituisca reato “ garantire ben 18 giorni di tempo a chi, dopo la sua cattura, doveva effettuare il trasloco della cassaforte di Totò Riina permettendogli addirittura di effettuare opere di ristrutturazione murarie e tinteggiatura delle pareti per nascondere ogni traccia”, la risposta è elementare: NON E’ VERO che i carabinieri hanno garantito 18 giorni di tempo a chi doveva effettuare il trasloco dalla cassaforte dalla villa di Riina, semplicemente perché NON E’ VERO che i carabinieri avessero mandato dall’autorità giudiziaria ad impedire una simile asportazione, avendo bensì tutt’altro mandato persino incompatibile con una tale presunta circostanza, ma SOPRATTUTTO PERCHE’ NON È VERO che qualcuno dovesse asportare la cassaforte, come ha testimoniato Brusca, ed infatti la circostanza che sia stata asportata è risultata, anche lei guarda un po’, NON VERA, ma solo una leggenda creata da qualche “pentito” con l’aiuto e lo sforzo creativo di qualche giornalista. Infatti la cassaforte, nel mondo reale, è sempre rimasta al suo posto nello studio di Riina, compreso il giorno della perquisizione, come dimostrano le foto allegate al verbale, e come recita la prima sentenza di assoluzione, dove si da atto della solida presenza “nel vano adibito a studio”, di “una cassaforte a parete, chiusa”.