Assoluzione Mori: andiamo in soccorso a giustizialisti, sanculotti e cianciminiani

Per quanto riguarda poi le “opere di ristrutturazione”, queste non dovevano affatto essere impedite dai carabinieri, nel loro mandato, che anzi prevedeva che i tenutari della villa si muovessero tranquilli e senza sospettare di essere sorvegliati, perché col tempo avrebbero dovuto condurre gli inquirenti agli altri latitanti della cosca, senza avere il sospetto di essere controllati. E infatti chissenefrega se hanno ritinto i muri? Che si sarebbe dovuto fare delle tinte e delle tappezzerie precedenti (che comunque erano ancora in parte presenti, al momento della perquisizione) secondo l’Ing Borsellino? Ed infine: NON E’ VERO che è stata “nascosta ogni traccia” della presenza del boss. Di tracce ne sono rimaste eccome, basta leggersi il verbale di perquisizione. Soltanto che non servono a nulla, se non ad essere richiamate impropriamente per accusare i carabinieri.

Prosegue poi Salvatore Borsellino, domandandosi come possa non costituire reato “la rinuncia ad approfittare della disponibilità di un collaboratore del calibro di Luigi Ilardo a guidare il Ros fino al casolare dove si nascondeva il latitante, anche se questa rinuncia ad Ilardo costerà la vita.” Ecco qui il soccorso contro l’assillo del dubbio dell’ingegnere è per noi doveroso: certo che una rinuncia del genere costituirebbe reato, come no, il problema però è che nei dibattimenti processuali si è accertato che NON E’ VERO che i carabinieri abbiano rinunciato ad approfittare della disponibilità di un collaboratore del calibro di Luigi Ilardo a guidarli fino al casolare dove si nascondeva il latitante, e questo in quanto NON E’ VERO che Ilardo si sia mai dichiarato disponibile ad accompagnarli al “casolare dove si nascondeva il latitante”, e questo in quanto NON E’ VERO che Ilardo avesse idea di quale fosse il casolare dove si nascondeva il latitante.

Nel casolare di Mezzojuso che è stato oggetto delle attenzioni del processo, si nascondevano pecore e pastori, non il latitante, che invece risiedeva in altro nascondiglio del tutto ignoto. Ma non solo. Paradossalmente, l’unica e sola critica che viene rivolta dal collegio giudicante ai carabinieri, va proprio in senso opposto a quella postulata dall’Ing. Borsellino. Infatti secondo i magistrati: “fino alla uccisione dell’ILARDO, la strategia su cui comprensibilmente si puntava per arrivare alla cattura del PROVENZANO non era affatto una penetrante (ma necessariamente discreta) indagine sui favoreggiatori del boss, previa identificazione dei medesimi, ma l’intervento in occasione del secondo incontro con l’ILARDO, previsto come certo (si vedano, al riguardo, le dichiarazioni del teste IERFONE).”

Ecco, i magistrati non soltanto non riscontrano una “rinuncia ad approfittare della disponibilità di un collaboratore del calibro di Luigi Ilardo”, ma trovano persino limitativa la scelta dei carabinieri (che poi rappresenterebbe il famoso “fatto che non comporta reato”, e non comporta reato anche in quanto motivata e con motivazioni di cui si da atto nella stessa sentenza) di puntare sulla sola “pista Ilardo”, cercando di mantenerla nel segreto, per arrivare sino al boss. QUESTI, sono i fatti.