Assoluzione Mori: andiamo in soccorso a giustizialisti, sanculotti e cianciminiani

E infine, ancora una cosetta che non si può tacere: NON E’ VERO che una rinuncia (che comunque abbiamo già detto essere altrettanto non vera) dei carabinieri di qualche tipo sia “costata la vita ad Ilardo”,

I giudici infatti sul punto sono chiari: “Comunque si voglia opinare, si può ragionevolmente concludere: a) che l’ILARDO era già da tempo – e ben prima della sua uccisione – nel mirino dei mafiosi, resi, alla fine – potrebbe dirsi, inevitabilmente -, sospettosi sul suo conto dalla serie di fatti evidenziati dal BRUSCA; b) che, ad onta della contraria opinione propugnata dal RICCIO, il medesimo è stato ucciso da mano mafiosa.” E quindi: “la suggestione radicata dalla collocazione temporale dell’omicidio dell’ILARDO non può che cedere di fronte alla univoca indicazione che si trae dalle dichiarazioni dei collaboranti”

Ma proseguiamo, ancora con Salvatore Borsellino sbigottito, per dovere constatare che “Non costituisce reato avviare e condurre una scellerata trattativa tra Stato e anti-Stato anche se questo significava l’affrettata esecuzione della condanna a morte di un servitore dello Stato che per questa trattativa costituiva un ostacolo insormontabile.” Qui il soccorso è immediato, basta leggere la sentenza del processo Mori-Obinu, e ci si può rendere conto che all’ingegnere manca probabilmente una presa d’atto di un paio di conclusioni cui sono giunti i giudici dopo la disamina in forma di diritto di tutti gli elementi reali, al fine di VERIFICARE (verifica che quindi hanno effettuato eccome): “….verificare: la possibilità che il gen. SUBRANNI, diretto superiore gerarchico del col. MORI e del cap. DE DONNO, fosse, in realtà, un militare infedele e parteggiasse per i mafiosi; la possibilità che il dr. Paolo BORSELLINO sia stato tragicamente assassinato, insieme alle persone di scorta, il 19 luglio 1992 in quanto ritenuto ostacolo ad una “trattativa” in corso fra lo Stato e la mafia.” (Sentenza primo grado Mori-Obinu – pag. 158).

Ecco, quindi la Corte, dopo aver esaminato tutti i capitoli compresi ovviamente gli elementi proposti dall’accusa, arriverà a concludere: “a) che, come già rimarcato, NON VI È PROVA della infedeltà del gen. SUBRANNI; b) che NON VI È, COMUNQUE, PROVA che l’imputato MORI ed il DE DONNO fossero consapevoli di eventuali contiguità del predetto con la mafia; c) che, almeno alla stregua di quanto acquisito nel presente processo, è immaginabile ma NON È SUFFICIENTEMENTE PROVATA la esistenza di un disegno di personaggi di spicco della Democrazia Cristiana, avallato o meno dal gen. SUBRANNI, volto ad aprire un dialogo con i vertici di Cosa Nostra al fine di evitare ulteriori, cruente manifestazioni di violenza dirette contro propri esponenti; d) che NON VI È, COMUNQUE, SUFFICIENTE PROVA che l’imputato MORI ed il DE DONNO, nell’intraprendere i contatti con Vito CIANCIMINO di cui si dirà, abbiano agito nella consapevolezza di essere strumento di detto, PRESUNTO disegno “politico”.