Assoluzione Mori: andiamo in soccorso a giustizialisti, sanculotti e cianciminiani

In conclusione il fratello del magistrato, nel suo articolo, lamenterà ancora il fatto che non sia stato considerato reato “sottrarre dalla macchina ancora in fiamme di Paolo Borsellino una Agenda Rossa nelle cui pagine i nomi dei protagonisti di quella trattativa e gli assassini di Giovanni Falcone, saranno statti scritti in lettere di fuoco.”, dimenticando che non si può addebitare questo reato a qualcuno prima che questo qualcuno sia stato precisamente individuato, e soprattutto che in quella vicenda i carabinieri del ROS oggi processati a Palermo, non hanno nulla a che vedere, fatto che ci porta a vedere come scorretto ed insinuatorio mescolare la circostanza della scomparsa dell’agenda rossa, che chissà quale retroscena potrebbe mai nascondere, con la circostanza della recente assoluzione del generale Mori. Per non parlare poi del fatto che la supposta presenza “dei nomi dei protagonisti di quella trattativa” sull’agenda rossa, è ipotesi totalmente campata per aria e totalmente priva di riscontro. Così come non ha nulla a che vedere con i carabinieri oggi assolti, il fatto che la procura di Caltanissetta avrebbe, come lui rammenta, atteso troppo per ascoltare Paolo Borsellino in merito a nomi e fatti di sua conoscenza in relazione alla strage di Capaci, cosicché egli morì prima di poter riferire. Anche qui il collegamento con il ROS di Palermo ed i processi ove i suoi ufficiali sono stati assolti, è totalmente privo di qualsivoglia razionale motivazione, e quindi gratuitamente insinuatorio.

Ma Salvatore Borsellino non è l’unico teorico della giustizia ingiusta palermitana nei confronti dei carabinieri. C’è una folla in sua compagnia. Noi non possiamo certo citarli tutti. Ci limiteremo all’organo ufficiale del fondamentalismo trattativista, vale a dire la testata Antimafia Duemila, diretta dal portavoce degli alieni Giorgio Bongiovanni, dove il giornalista Saverio Lodato ha scritto cose abbastanza simili al fratello del compianto Paolo Borsellino. Vediamo quindi di fornire anche a lui i necessari chiarimenti.

Anche Lodato si è premurato di inserire al primo posto la bufala della cassaforte, così: “va anche ricordato che l’alto ufficiale [Mori – ndr] ha già incassato – ci si conceda il gioco di parole – l’assoluzione per la cassaforte. Quella cassaforte, incassata nel covo di Totò Riina e piena di documenti segreti di Cosa Nostra, che gli stessi mafiosi si riportarono a casa loro, visto che i carabinieri del Ros si erano ben guardati dallo spalancare.

Le incongruenze logiche sono notevoli: per ricordare qualcosa, occorre che questo qualcosa sia esistito. Quindi per essere assolti da qualcosa che riguardi una cassaforte, bisogna essere processati per qualcosa che riguardi una cassaforte, o la sorveglianza della stessa, e Mori non è mai stato processato per quella cassaforte, ma per altro. Poi dovrebbe esistere la cassaforte piena di documenti da salvaguardare. E neppure quella esisteva, nel pomeriggio dopo l’arresto di Riina, in cui si sarebbe potuto, in linea teorica, perquisire, perché è stato dimostrato dalle testimonianze dibattimentali, che quella cassaforte in quel momento non poteva che essere vuota. Infatti il pentito Giovanni Brusca ha dichiarato di aver sorvegliato i lavori di pulizia del covo dopo l’arresto di Riina, ma di non aver portato via né casseforti né documenti, affermando che se questi ci fossero stati, sarebbero stati distrutti dalla Bagarella, moglie convivente del boss, immediatamente alla notizia dell’arresto, per cui perquisire nel pomeriggio del 15 gennaio, sotto questo aspetto, non sarebbe servito a nulla, esattamente come diceva Ultimo.

Indi l’affermazione secondo la quale gli stessi mafiosi si riportarono la cassaforte a casa loro, è totalmente indimostrata, ed anzi SMENTITA dal fatto che, come abbiamo già detto, il 3 febbraio 1993, durante la perquisizione alla presenza dei PM, la cassaforte risultava ancora solidamente incassata nel suo muro nello studio di Riina. Chissà poi se Lodato è per caso al corrente che recentemente il “pentito” La Barbera si è vantato in un’intervista, fra le altre cose, di aver trasportato a Messina Denaro dei documenti trafugati da quella cassaforte, e che essendo tale fatto in contrasto con gli elementi processuali già acquisiti e con le sue precedenti testimonianze, è stato convocato dai magistrati di Caltanissetta, i quali hanno già in più occasioni dimostrato di amare l’ordine ed il rigore scientifico tanto da annichilire sul nascere qualsiasi bailamme o depistaggio, e davanti a quei magistrati il “pentito” ha detto di essersi inventato tutto di fronte alla giornalista che lo intervistava, “per farsi bello”. Per la precisione, interrogato sulle ragioni di quella bufala, il La Barbera ha risposto: “Per farmi bello, non lo so nemmeno e se l’ho detto non è verità”. Già, perché per chi non l’avesse capito, raccontare balle che abbiano implicazioni con l’attività del ROS di Palermo, significa evidentemente “farsi bello”, in un certo ambito.