Assoluzione Mori: andiamo in soccorso a giustizialisti, sanculotti e cianciminiani

Capito Lodato? Capito ing. Borsellino? Voi date per scontate e dimostrate leggende e narrazioni che invece non sono provate, per non dire pure smentite. Ecco dove sta l’incongruenza. I giudici invece hanno il dovere di non darle scontate, e fanno il loro dovere. Ecco dove sta la giustizia, ed ecco perché l’assoluzione è giusta: perché nel diritto processuale una tesi accusatoria non provata, NON E’ VERA. Ricordatevelo bene. E auguriamoci tutti che permanga a lungo, questo stato di diritto.

Ma c’è ancora una domanda finale che assilla Lodato, che non vogliamo omettere, per cui eccola qua:Questa storia non insegna nulla agli odierni Opinionisti dell’ Opera dei pupi? Lo sanno che qualcuno dei carabinieri che allora fece carte false sull’ uccisione di Peppino Impastato ha concluso in bellezza la sua luminosa carriera e oggi è in pensione e si occupa dei nipotini? Vadano a fargli una bella intervista, giusto per sapere cosa ricorda di quel 9 maggio 1978.”

Lodato si riferisce forse al generale Subranni, con delle accuse ababstanza infamanti (“carte false”?) cui ha già dato risposta a suo tempo un vero eroe caduto nella lotta era alla mafia: il giudice Chinnici.

Infatti nell’Ordinanza-sentenza istruttoria, scritta da Chinnici e portata poi a termine dopo la sua morte da Caponnetto, nella quale si riconosce che Impastato è stato ucciso dalla mafia senza tuttavia potere individuare i responsabili del delitto, i giudici in questione si esprimono nei confronti di Subranni a chiare lettere in questi termini:

“Nella successiva deposizione del 16/7/1982 lo stesso Col Subranni, in termini ancora più espliciti E CON UNA LEALTÀ CHE GLI FA ONORE, dichiarava …: “… nella prima frase delle indagini, si ebbe il sospetto che lo Impastato morì nel momento in cui stava per collocare un ordigno esplosivo lungo la strada ferrata. Questi sospetti, però, vennero meno quando, in sede di indagini preliminari, svolte da magistrati della Procura, emersero elementi che deponevano per l’omicidio dell’Impastato più che per una morte accidentale cagionata dall’ordigno esplosivo.
  Dalle indagini a suo tempo svolte, emerse in maniera certa che lo Impastato era seriamente e concretamente impegnato nella lotta contro il gruppo di mafia capeggiato da Gaetano Badalamenti che lo Impastato accusava di una serie di illeciti, anche di natura edilizia.”

E chi fu il primo a redigere un rapporto di denuncia nell’agosto 78 (3 mesi dopo il delitto Impastato) sulla scorta delle rivelazioni di Di Cristina al capitano Pettinato, contro Badalamenti e altri, e a rammaricarsi dopo anni, con sdegno, che malgrado le ripetute denunce da lui prodotte l’autorità giudiziaria agisse con molto ritardo? Indovinate un po: Subranni.

E che cosa faranno poi Falcone e Borsellino nella sentenza-ordinanza del maxiprocesso, nei confronti di Subranni? Daranno atto dell’importanza del suo operato, e con tanto di elogi!

E quindi, la domanda finale: una volta inserite tutte le doverose rettifiche alle questioni fallaci, che cosa rimane?

Roma, 23 maggio 2016
Redazione