L’assedio di Draghi

Non solo, la moneta a buon mercato svaluta l’euro e questo ha ulteriormente rafforzato il made in Germany. L’attivo della bilancia commerciale tedesca è tanto elevato da ostacolare lo sviluppo economico e Draghi lo ha detto chiaramente. Dunque, ci sono tutte le condizioni perché Berlino aumenti la domanda interna e perché le istituzioni finanziarie si adattino al nuovo ambiente macroeconomico. Come è successo del resto negli Stati Uniti.

E, fino a prova contraria, gli Stati Uniti crescono più della Ue; quanto alle banche e alle assicurazioni americane sono le più solide e quelle che oggi fanno più profitti. Ai tedeschi Draghi l’americano piace ancor meno di Draghi l’italiano. “E’ più preoccupato di quel che pensano e fanno i mercati finanziari che non della sorte dei risparmiatori tedeschi”, dicono i collaboratori di Schäuble. E non può mostrarsi come “l’uomo che non sbaglia mai”. A Berlino sostengono che non è facile trovarlo nel suo ufficio di Francoforte e alla Bce non c’è più nemmeno l’uomo che sapeva meglio spiegare il punto di vista tedesco e del quale lui si fidava, Jörg Asmussen, economista socialdemocratico che ha studiato alla Bocconi ed è stato anche nello staff di Schäuble: adesso fa il viceministro del Lavoro e pensa ad altro.

La convinzione di fondo, anche di chi continua ad apprezzare e sostenere Draghi, è che non conosca abbastanza la struttura del sistema tedesco e i suoi punti più sensibili. Lo spiega il Financial Times in un lungo articolo intitolato “Germania: Draghi contro le banche”. Solo il 52 per cento dei tedeschi possiede una casa e ha potuto approfittare del boom edilizio, il 14 per cento appena degli adulti investe in azioni, quindi i risparmiatori, che non amano prendere rischi, non sono interessati direttamente da quel che accade in Borsa. Ciò vale anche per i fondi pensione che non sono legati alle azioni.