ECCE STATO

“Il carabiniere che ha ucciso l’immigrato dovrà essere iscritto nel registro degli indagati come atto dovuto a garanzia dei diritti della difesa, in relazione all’autopsia che sarà eseguita sul corpo della vittima, ma il quadro che si delinea è di una legittima difesa da parte del militare”. Lo detto il Procuratore della Repubblica di Palmi, Ottavio Sferlazza, in relazione all’episodio accaduto nella tendopoli di San Ferdinando.

“C’è stato da parte dell’immigrato, secondo la nostra ricostruzione basata sulle testimonianze delle persone presenti – ha aggiunto il Procuratore – un atteggiamento inizialmente intimidatorio nei confronti del carabiniere e poi concretamente aggressivo, con una coltellata che ha raggiunto il militare al volto. Il carabiniere ha anche tentato inutilmente di ricondurre l’immigrato alla calma”.

Ciò non toglie che, nonostante la chiarezza dei fatti, due cose sono sicure: l’ombra di una tragedia, sia pure non voluta, che resterà per sempre indelebile nel cuore di questo giovane carabiniere, e le altrettanto certe ignobili speculazioni che qualcuno tenterà di fare su questa assurda tragedia che ha sicuramente due vittime, il giovane maliano ed il carabiniere, ed un colpevole: lo Stato italiano.

Il ventisettenne africano è rimasto vittima anche di se stesso, ovviamente, del proprio carattere irascibile, della propria disabitudine a rispettare gli altri e la legge, un carattere violento certamente esacerbato da condizioni di vita inaccettabili, che nemmeno gli animali meriterebbero di avere.

Chi ha visto con i propri occhi come vivono questi ragazzi nelle tendopoli di Rosarno e San Ferdinando, in Calabria, non può non restarne scioccato: senza acqua corrente, senza fognatura, senza illuminazione o corrente elettrica, in mezzo al fango ed alla spazzatura, tra topi e scarafaggi, accettano un’esistenza sub-umana per guadagnare quei pochi euro che i lavori negli agrumeti della Piana di Gioia Tauro gli consentono di percepire, dopo intere giornate di lavoro che ammazzarebbero un mulo. Non si riesce a capire quale disperazione, quale stato di necessità possa far loro accettare una “non vita” come questa. Certo che, vivendo da bestie, non possono che reagire da bestie alle difficoltà che possono insorgere nella convivenza.