Silvia D’Onghia, ovvero l’irresponsabilità

Rosarno, da anni, è una cittadina in cui gli equilibri precari e gli scompensi sociali hanno reso la convivenza tra italiani e stranieri particolarmente delicata e difficoltosa. Una vera e propria polveriera, in cui basta una piccola miccia per creare danni irreparabili.
Questioni delicate come caporalato, lavoro nero, sfruttamento, difficile integrazione sono stati trasformati dai media e anche da alcuni esponenti politici in una semplice guerra tra bianchi e neri.
Una questione razziale, dove in realtà l’etnia non c’entra, è solo strumentalizzata. Non c’è una guerra tra bianchi e neri a Rosarno, ci sono problemi che non si vogliono risolvere e per questo incrementano le tensioni.

E’ bene che se ne rendano conto, da una parte i cultori del terzomondismo e dell’accoglienza ad ogni costo che in questa guerra di colore parteggiano per i neri, dall’altra i più oltranzisti tifosi della chiusura delle frontiere che cavalcano la tesi dell’invasione e dei bianchi aggrediti per tifare la fazione opposta.
Peccato che in realtà a Rosarno non ci sia una guerra tra bianchi e neri, o perlomeno non c’era finché i media hanno gettato benzina sul fuoco, cavalcando ora una fazione ora l’altra. La soluzione non è il buonismo e nemmeno la xenofobia, bensì risolvere i problemi, combattere sfruttamento e lavoro nero, promuovere se possibile l’integrazione. E soprattutto sconfiggere la criminalità organizzata.
Questo nessuno lo vuole fare. Ci provano le Forze dell’ordine, tra mille difficoltà. E rischiando la vita.
E’ il caso del Carabiniere che è stato accoltellato e ha sparato per difendersi. Ha ucciso l’assalitore. Che, riprendendo le fazioni di cui sopra, è un nero.
Sarebbe però pericoloso far passare il messaggio che le forze dell’ordine abbiano inaugurato “la caccia al negro”. Polizia e Carabinieri lavorano già in condizioni delicate e precarie, non hanno bisogno che i loro sforzi vengano vanificate da teorie strampalate in nome dell’ideologia.
O delle ideologie, perché in questo caso sono due: il tifo per i “neri”, in nome di buonismo e terzomondismo, e l’odio nei confronti delle divise.