Le elezioni in Italia, una sfida tra democrazia e populismo

Tutto ciò ha rallentato quel dinamismo renziano che gli italiani avevano salutato con una ritrovata fiducia, sancita dalle elezioni europee del 2014. E ha aperto le porte ad alcune novità politiche.
Ma, come cantava Bob Dylan, “qualcosa sta accadendo, e non hai idea di cosa sia”. Quel qualcosa è il vento del populismo, anticamera dell’autoritarismo, che soffia forte sull’intero Occidente, dagli Stati Uniti fino a Francia e Regno Unito.

Un male oscuro che ha come prima evidente conseguenza la tendenza delle masse elettorali ad abbracciare personaggi e idee che non hanno un profilo esattamente democratico ma che bene interpretano i mal di pancia di quelle classi sociali che si sentono tradite dai loro governanti, rei di averli resi più deboli e più poveri che in passato.

Se da un lato le disuguaglianze sociali allargano la forbice tra una piccola casta di ricchi e un oceano di meno abbienti, dall’altro questi ultimi sono spinti e livellati verso posizioni che politicamente si traducono in rabbia sociale.

E chi meglio la interpreta, più voti ottiene alle urne. Pazienza, se poi dietro non c’è un pensiero strutturato. Oggi, infatti, la politica non la fanno più i politici tout court ma i parvenu e gli urlatori.

E Donald Trump, specchio dei tempi che cambiano, non è certo il solo a cavalcare il populismo e ad ammiccare all’autoritarismo. Anche in Europa i populisti sono premiati un po’ ovunque, sia di destra che di sinistra. Da Marine Le Pen a Viktor Orban, da Nigel Farage a Beppe Grillo, da Alexis Tsipras a Jeremy Corbin, i risultati delle ultime tornate elettorali nelle principali democrazie occidentali premiano oltre ogni ragionevole previsione le personalità antisistema e talvolta antidemocratiche.