Un voto contro il “sistema”

Chi ha vinto queste elezioni? Tutti e nessuno. Chi le ha perse? Tutti e nessuno.
A sentire gli esponenti politici di uno schieramento, siamo tornati ai vecchi tempi. Nessuno sconfitto. E di conseguenza nessun reale vincitore.
Il Movimento 5 Stelle conquista Roma e Torino e vince 10 ballottaggi su 11. Ma dopo un primo turno in cui in certe città non si era neppure presentato e in altre (Milano e Napoli) aveva a dir poco deluso.
Il Pd mantiene Milano, obiettivo principale, si salva a Bologna e strappa al centro-destra roccaforti come Varese. Ma perde un bastione storico come Torino, sprofonda a Roma, sparisce incredibilmente in Toscana e perde pure in Emilia.
Il centro-destra vince tanti ballottaggi, in primis Novara, Trieste, Savona e Pordenone, ottiene un bottino assai migliore rispetto a cinque anni fa ma perde Varese e incredibilmente Latina. E brucia la sconfitta a Milano.
Salvini sembra crollare in Lombardia ma ottiene importanti vittorie in Emilia e in Toscana.
Dunque chi ha vinto?
Oggettivamente è impossibile dirlo, anche per gli addetti ai lavori. Non è solo un problema dei leader di partiti.

L’unica corretta chiave di lettura è quindi quella del voto anti-sistema. Ovunque sono state sradicate amministrazioni che non cambiavano colore politico da anni.
E’ stato sradicato un sistema di potere targato Pd a Torino, città in cui il centro-sinistra governava ininterrottamente dal 1993 e non andava neppure al ballottaggio da 15 anni. Città in cui il centro-destra da almeno tre legislature aveva rinunciato a fare opposizione, preferendo una poco dignitosa spartizione delle briciole del potere, e quindi non poteva figurare come interlocutore. I torinesi non si sono fatti scappare la prima occasione utile, quella di un Movimento 5 Stelle capace di richiamare intorno a sé al secondo turno le istanze anti-sistema anche grazie ad una candidata spendibile e preparata come Chiara Appendino.
A Roma, ciò che è successo è chiaro: il voto a Virginia Raggi appare come una scelta di discontinuità rispetto alle ultime giunte, soprattutto di centro-sinistra, che hanno amministrato la capitale, tra scandali e malversazioni.
E il Pd perde in comuni in cui aveva creato delle vere e proprie roccaforti inespugnabili a colpi di clientelismo: Montevarchi, Grosseto, Cattolica. Persino Cascina, in provincia di Pisa, dove la sinistra governava ininterrottamente da 70 anni. Oggi il sindaco è Susanna Ceccardi, della Lega Nord.
Il “sistema Pd” ha resistito solo a Bologna: occasione persa quella di Lucia Borgonzoni, probabilmente penalizzata dalla chiamata “antifascista” e “antirazzista” di Virginio Merola, che si è salvato convincendo gli elettori a non consegnare la città alla Lega Nord.
Chiaro a Torino e Roma, come in altre città, il travaso di voti dal centro-destra al Movimento 5 Stelle. Un po’ meno il contrario, anche se qualche grillino ha sicuramente votato Borgonzoni a Bologna, ma probabilmente in tanti anche Parisi a Milano. Nel capoluogo lombardo, forse, il problema è stato l’astensionismo dell’elettorato di centro-destra, dovuto alle ripicche tra “moderati” e “lepenisti”. Gli uni vogliono attribuire agli altri le ragioni della sconfitta, da lì i reciproci dispetti. Ci ha rimesso Stefano Parisi, sicuramente un ottimo candidato che però non è servito al centrodestra incredibilmente unito per riconquistare Milano.