GIORNALISTI QUERELATI E LASCIATI SENZA INFORMAZIONI. UNA DIFESA SENZA TRASPARENZA

In principio era la Difesa, poi arrivarono Renzi e la Pinotti. “Il mondo militare è aperto alla trasparenza”, disse il ministro durante il corso di aggiornamento per inviati in aree di crisi tenuto nel giugno 2015 alla sede della Federazione nazionale della stampa, dove la piddina era intervenuta per la consegna degli attestati.

“Allora riaprite i media tour”, le fece eco una delle partecipanti. Perché ormai da mesi ai giornalisti è precluso l’accesso in Afghanistan o in qualsiasi altro teatro operativo. “Questione di spending review”, dice qualcuno.

Così i giornalisti, se vogliono andare, per esempio, a Herat, devono pagarsi da soli il viaggio, anziché utilizzare come un tempo i voli militari, che da che mondo è mondo sono sempre stati presi da tutti gli inviati di guerra. D’altronde, se si vuol documentare cosa fanno i nostri militari all’estero, non si può non partire. Perché affidarsi solo ai siti internet della Difesa e delle varie forze armate, che ormai si auto celebrano, facendo passare solo notizie positive, non dà la visione su ciò che sta realmente accadendo. Anzi, preclude agli italiani la verità su quanto accade.

Quale sia la policy del governo lo ha capito, ormai, qualsiasi giornalista italiano: non informare. Lo si capisce perché i cronisti “scomodi” hanno perso tutti il posto di lavoro, laddove non si siano chinati a 90 gradi davanti a chi detta legge e perché entrando nei palazzi che ospitano i vari Stati maggiori si respira un’aria che si taglia col coltello.