L’imperatrice senza voce

Il messaggio che è stato diffuso lunedì scorso dell’imperatore del Giappone, forse il più importante atto politico della sua vita, era stato registrato la sera prima, nel Palazzo Imperiale di Tokyo. Le immagini di quel video hanno fatto il giro del mondo: l’ottantaduenne Akihito, il “simbolo” del Giappone e dell’unità del suo popolo – così com’è scritto nella Costituzione giapponese – sedeva da solo alla scrivania, e il suo volto tradiva molto più delle parole la gravità del messaggio che stava lanciando. Una richiesta d’aiuto, a tutto il popolo nipponico: lasciatemi libero. Ma libero da che cosa? Abdicare, nel Giappone moderno, è semplicemente impossibile. La Kunaicho, la potentissima Agenzia della Casa imperiale che controlla vita e morte dei regnanti di Tokyo, come sempre ha lasciato trapelare ben pochi dettagli su quel discorso. Una cosa però si può supporre. Mentre Akihito pronunciava quelle parole quantomeno destabilizzanti per la dinastia imperiale più antica del mondo, davanti a lui, e come sempre dietro le telecamere, c’era Michiko.

Fino al periodo Edo l’abdicazione degli imperatori era una pratica piuttosto diffusa – che fosse volontaria oppure forzata. L’ultimo imperatore ad abdicare fu Kokaku, che lasciò al figlio l’impero nel 1817. Per rendere l’idea delle generazioni passate nel frattempo, basti pensare che Kokaku era il 119esimo imperatore del Giappone, Akihito è il 125esimo. Dall’Ottocento il mondo si è trasformato, il Giappone ha cambiato volto, e le lotte di potere tra shogunati e il potere politico imperiale sono finite con l’inizio della Restaurazione Meiji (1866). Ottant’anni dopo, gli americani che riscrissero la Carta giapponese subito dopo la fine della guerra e la resa incondizionata di Tokyo lasciarono il padre di Akihito, Hirohito, al suo posto d’imperatore. Secondo gli storici lo fecero per non privare i giapponesi della giusta motivazione per affrontare il Dopoguerra dopo due Bombe atomiche. Il trono del Crisantemo fu spogliato però di tutte le caratteristiche che fino ad allora avevano costituito l’impero giapponese, rendendo quella dell’imperatore una figura prevalentemente di rappresentanza. Dopo il 1946, chi siede sul trono non ha più una “natura divina”, e fu lo stesso Hirohito ad annunciarlo in un celebre discorso trasmesso alla radio il 1° gennaio del 1946 (la dichiarazione sulla natura umana dell’imperatore, il Ningen sengen).

Ma soprattutto, l’imperatore non era più il comandante in capo, e gli era preclusa qualsiasi interferenza con la politica. E’ anche per questo che furono invece lasciate le tradizionali regole di successione – regolate da legge ordinaria parlamentare – di padre in figlio (rigorosamente maschio), e rimase pure la norma secondo la quale “l’imperatore resta in carica fino alla sua morte”. Perché le “dimissioni”, altrimenti, si sarebbero potute usare per scopi politici. Nonostante queste rigide regole sull’interferenza, da quando è entrato in carica ventisette anni fa Akihito si è spesso lasciato andare a considerazioni vagamente politiche, soprattutto in quest’ultima fase di regno, con il Kantei – il palazzo del governo di Tokyo – occupato dal falco conservatore Shinzo Abe. Qualunque proposta di legge che dovesse modificare le regole della successione, oggi, sarebbe subordinata a un dibattito parlamentare e a uno scontro politico. Per capire il desiderio di Akihito di rinnovare l’istituzione più antica del Giappone, di cambiarla dal suo interno – non solo lasciandolo libero di abdicare ma anche modificando la successione maschile – e per spiegare quanto la vita all’interno delle mura di cinta del Palazzo imperiale sia ferma a settant’anni fa, mentre il mondo fuori cambia, vive, si rinnova, è sufficiente raccontare la vita di una donna che da ventisette anni è prigioniera del suo ruolo. Senza voce.