Statue velate e crocifissi nascosti. Così cancelliamo la nostra cultura

Crocifissi, presepi, opere d’arte, burqa e burkini. Lo scontro tra religioni si combatte anche attraverso i simboli e le immagini sacre. Se in alcuni casi, come per la veste che copre integralmente le donne di fede islamica esistono dei profili di sicurezza, in altri la questione è spesso legata alle «sensibilità individuali» che scelgono di nascondere, esibire e talvolta sottolineare il proprio credo. A volte, però, sono state vere e proprie «scelte diplomatiche», legate dunque al cerimoniale, che hanno scatenato la polemica. Uno scontro spesso duro, come a seguito della storica visita a Roma del presidente dell’Iran, Hassan Rouhani, avvenuta a gennaio scorso, la prima in un paese europeo da quando è presidente. In quell’occasione le statue di nudi dei musei Capitolini furono completamente coperte. Per il passaggio in Campidoglio di Rouani, infatti, le immagini dei corpi sono state «oscurate», anche se si trattava di importanti opere d’arte meta di turisti che vengono per visitarle da ogni parte del mondo. I rigidi protocolli del cerimoniale, però, non conoscono eccezioni e l’ospite è sacro a tutti i costi. Una decisione, pare, presa dal cerimoniale di Palazzo Chigi che ha scelto, in modo autonomo, di nascondere le opere d’arte per non turbare la sensibilità dell’ospite a capo di uno Stato dove, per legge, le donne anche non musulmane non possono frequentare luoghi pubblici con il capo scoperto. L’iniziativa non è passata inosservata, al punto da finire anche su alcuni quotidiani esteri come Le Monde, Bbc e Guardian. In quell’occasione sia Matteo Renzi che il ministro per i Beni Culturali, Dario Franceschini, hanno fatto sapere di non essere stati informati della decisione. Proprio il Ministro ha definito «incomprensibile la scelta di coprire le statue. C’erano molti altri modi di rispettare la sensibilità di un importante ospite straniero», mentre il presidente del Consiglio ha chiesto di avviare un’indagine interna per arrivare al responsabile. Negli ultimi due anni in Italia e non solo, complice il flusso migratorio incessante e la presenza di numerosi musulmani, le occasioni per dibattere su usi e costumi non sono mancate. Durante l’estate, proprio a proposito di costumi (questa volta da bagno), l’uso del burkini in spiaggia per le donne islamiche è finito più volte sotto i riflettori. Le musulmane, per restare fedeli alle regole imposte dalla religione, non me vogliono proprio sapere di scoprire anche solo una porzione del loro corpo e il business della moda sembra adeguarsi. La Francia ha deciso di vietarlo e venerdì l’imam di Firenze, Ezzedin Elzir, ha pubblicato su Facebook la foto di sette suore in spiaggia in tonaca e velo. L’immagine ha incendiato il web fino alla sospensione del profilo. A luglio, invece, a Fidenza, nella piscina Guatelli, non è passata inosservata una ragazza che, per festeggiare la fine del Ramadan, ha deciso di presentarsi indossando il burkini. Anche in questo caso la polemica è scoppiata immediatamente anche sulla tutela igienico-sanitaria che questo tipo di abbigliamento metterebbe a rischio. Il business della moda, però, non sembra contagiato dalla questione. Arena, il noto marchio di waterwear, nel 2014 ha lanciato la linea di costumi per il nuoto sportivo delle donne musulmane che gareggiano in piscina, mentre la stilista australiana di madre libanese, Aheda Zanetti, ha disegnato un capo «da spiaggia» pensato per le donne islamiche dall’aspetto simile ad una muta subacquea, dotata di cappuccio, che consente anche una certa libertà di movimento per nuotare come con un normale bikini. Nel computo dello scontro tra fedeli, atei e tutori dei diritti dell’uomo, in Italia, come in Europa, da tempo si combatte per la presenza di crocifisso e presepe nelle aule scolastiche e nei luoghi pubblici. Il crocifisso, in particolare, è un simbolo che molti hanno definito «irrinunciabile» e che nel 2011 è finito addirittura sul tavolo della Corte europea per i diritti dell’uomo secondo cui esporlo non è una violazione dei diritti umani. L’Italia fu dunque assolta dall’accusa, questa volta mossa da una donna finlandese che ne aveva chiesto la rimozione dalle aule scolastiche.

di Fra. Mus.

Fonte Il Tempo

Roma, 22 agosto 2016