I terremoti (e i rimedi) degli altri

Dopo il terremoto che ha colpito il Centro Italia, sui media italiani sono comparse considerazioni come questa di Oscar Giannino: «Oltre al dolore per le vittime e alla solidarietà per tutti i colpiti, la prima reazione è quella dell’insofferenza, nel pensare che Paesi del mondo interessati da analoghi rischi tellurici da decenni hanno messo in atto una vera rivoluzione nell’edilizia, mentre da noi ci si continua ad affidare al fato» [1].

Ancora Giannino: «Un esempio di quanto amara possa essere la conseguenza del nostro incredibile atteggiamento nazionale: tra il 14 e il 16 aprile scorso la prefettura di Kumamoto in Giappone è stata colpita da un terrificante sciame di scosse telluriche, oltre mille, con le due punte massime a 6,2 e 7 di magnitudo. L’area interessata dal sisma ha oltre due milioni di abitanti, di cui 800mila nel solo capoluogo Kumamoto. Eppure le vittime furono solo 49» [1].

È innegabile che ci siano Paesi ad alto rischio sismico – come appunto il Giappone, gli Stati Uniti, la Cina o l’Iran – che hanno saputo organizzare e strutturare negli anni un programma di prevenzione che permette di limitare i danni o comunque affrontare nel miglior modo possibile eventi che, è bene ribadirlo, non sono in nessun modo prevedibili. Il punto è: l’Italia può imitarli? [2].

Marine Denolle, sismologa dell’università di Harvard, ha spiegato a Elena Dusi: «Previsione, nel nostro campo, è ancora una parola tabù. Immaginiamo di avere un bicchiere pieno d’acqua fino all’orlo e di aggiungere altra acqua, una goccia alla volta. Come facciamo a prevedere quale goccia farà tracimare il bicchiere? Con i terremoti il discorso è simile. Le forze e gli stress in azione sulle faglie sono altissimi, ma basta una piccola alterazione per scatenare una scossa. I segnali che potrebbero essere interpretati come precursori sono rari. E vengono puntualmente osservati solo dopo il terremoto» [2].

Al momento conosciamo quali sono le faglie attive e questo ci permette di dire dove si concentra il rischio sismico. Ancora la sismologa Denolle: «Con il tempo stiamo diventando sempre più bravi a determinare quanto – se mai colpirà – un terremoto potrà essere forte. Alcune aree come Los Angeles e Tokyo sono studiate benissimo, e da decenni. Lì siamo in grado di determinare la violenza di un’eventuale scossa molto meglio rispetto ad altre zone. Ma siamo sempre lontani dal livello di precisione desiderato» [2].

Il Giappone – che si trova sulla cosiddetta “cintura di fuoco”, la catena di vulcani e linee di faglia che si incrociano sul bacino dell’Oceano Pacifico – è un paese in cui si registrano fino a duemila terremoti l’anno, e ha città densamente popolate. La combinazione di questi due elementi fa sì che migliaia di persone rischino di perdere la vita per una catastrofe che potrebbe arrivare in qualsiasi momento [3].

Un terremoto di magnitudo 7 direttamente sotto l’area metropolitana di Tokyo, la metropoli più grande al mondo, è uno «scenario altamente imminente» che potrebbe uccidere 23mila persone, stando al rapporto sulla gestione delle catastrofi in Giappone nel 2015 dell’ufficio di gabinetto nipponico [3].

Il governo metropolitano di Tokyo qualche mese fa ha pubblicato un manuale di trecento pagine per preparare i suoi 36 milioni di abitanti alla catastrofe. Giulia Pompili: «Tutti i nuovi edifici sono costruiti secondo rigorosissime regole antisismiche. Ma un terremoto del nono grado sulla scala Richter, secondo un paper dell’ufficio di gestione dei disastri del governo, se colpisse Tokyo potrebbe fare ventitremila vittime e oltre 850 miliardi di dollari di danni. Prepararsi al peggio è sempre meglio di niente: nel manuale ci sono i consigli di Mamoru, un pupazzetto che spiega tutto, da come comunicare senza la rete cellulare a come depurare l’acqua e creare un water dal nulla. Tutti i giapponesi hanno uno zainetto sempre pronto per l’evenienza, con ciò che serve per resistere fino all’arrivo dei soccorsi. È sopravvivenza» [4].