Cosa c’entra la giostra di potere delle partecipate con la crisi dei 5 stelle a Roma

Storia della manovra finale di Raggi contro l’opa sulle società romane lanciata dall’ex assessore al Bilancio.

Follow the money, segui i soldi. La crisi della giunta Raggi è il sequel burino del Watergate? No, ma seguire la scia dei soldi a Roma è necessario per capire le ragioni dell’ascesa e della caduta dei potenti. Dove sono i soldi a Roma? Nel mattone e nelle società partecipate. Il mattone i grillini non l’hanno neppure mosso (tranne in un caso, come vedremo) ma le società partecipate sì, con esiti disastrosi. Le dimissioni dell’assessore al Bilancio Marcello Minenna, del capo di gabinetto Carla Romana Raineri e dei vertici di Ama e Atac una sorgente e una foce, sono un fiume carsico che esplode all’esterno il 1° settembre. Seguiamone il percorso. Trattenete il respiro, si va sott’acqua, nel fondo romano dell’abisso a 5 stelle. Raggi si insedia in Campidoglio il 7 luglio. Da quel momento la giunta licenzia 28 delibere. In luglio non succede nulla di rilevante sul piano amministrativo –  la prima delibera fissa la multa (400 euro) per i velocipedi e i centurioni – ma il 3 agosto si affacciano alla porta del sindaco i veri problemi della capitale: il 3 agosto la giunta si riunisce per dare l’assenso alla manovra di finanziamento di Atac. La società dei trasporti ha un debito residuo con le banche di 167 milioni di euro, non si sono verificate le condizioni per l’estensione del finanziamento, ma le banche di fronte a un nuovo piano industriale sono pronte a prorogare il contratto fino al 3 dicembre 2019.

La giunta approva. Ma scopre subito di non avere tutti i margini di manovra politica che immaginava: le aziende hanno una loro autonomia, i manager insediati dal commissario Tronca sanno il fatto loro, il direttore generale di Atac, Marco Rettighieri, è uno tosto, serio, sempre sul pezzo, che vuol far marciare l’azienda senza sottostare ai diktat dei sindacati e si tiene a distanza di sicurezza dal Boa Constrictor della politica romana.

La Raggi in quel momento non ha ancora completato la sua squadra, ma l’assessore al Bilancio Minenna è già carico a molla e lavora a un piano di riordino delle società partecipate. Il giorno dopo, il 4 agosto, si sente puzza di monnezza, è il turno di Ama: l’intero consiglio di amministrazione si è dimesso, bisogna nominare l’amministratore unico e l’assessore Minenna piazza un suo amico: Alessandro Solidoro, bocconiano (come Minenna), presidente dell’Ordine dei commercialisti di Milano, persona di indubbio valore.

In Campidoglio c’è chi candidamente si chiede: ma che davero? pijamo uno de’ Milano pe’ raccatta’ la monnezza a Roma? Dietro il folklore romanesco, tra er cavaliere nero di Gigi Proietti e le stornellate di Lando Fiorini, comincia ad agitarsi un dubbio pentastellato: comanda la Raggi o l’assessore al Bilancio? Dilemmi che crescono quando a un certo punto appare chiaro che Virgi non tocca palla. E nel movimento comincia a farsi largo la strofa della canzone di Alberto Sordi: te c’hanno mai mannato… a quer paese.